Il Ponte

Che cosa colora il nostro mare?

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In tanti si chiedono come mai il mare Adriatico della nostra riviera non abbia i colori dello stesso all’altezza di Lecce o di Sirolo. C’è chi dà erroneamente la colpa alle fogne pensando a continui sversamenti in mare di schifezze che invece non hanno luogo. L’acqua piovana raccolta dai tombini della città viene infatti riversata in mare dagli sforatori solo nelle ore immediatamente successive alle piogge, e in ogni caso questa non è determinante per la colorazione del mare. La tavolozza dei colori viene invece decisa molto più a nord. L’impasto che pigmenta il nostro mare è il risultato delle condizioni del fiume Po. E uno dei massimi esperti nazionali del tema è il professor Pierluigi Viaroli, storico ricercatore dell’Università di Padova.

Professore, qual è lo stato di salute del fiume Po?
“Le sue condizioni sono cambiate nel corso del tempo. Rispetto al passato e ad alcune sostanze come il fosforo, la situazione ora è migliore. Rispetto all’azoto la situazione è stazionaria. Ci sono altre sostanze poi (alcune già note, altre ancora da ricercare) che stanno apparendo all’orizzonte. Il quadro è molto dinamico”.

In parole povere?
“Rispetto ad un passato di inquinamento importante, come negli anni ’70, sicuramente ora assistiamo ad un certo miglioramento, ma la situazione non si è risolta”.

L’estate di siccità appena trascorsa che ripercussioni ha avuto?
“Sul mare buone, perché essendo arrivata meno acqua dal Po, sono arrivate anche meno sostanze inquinanti”.

Che legame c’è, dunque, tra il Po e le acque della Riviera Romagnola?
“Quella del Po è un’influenza primaria sull’Adriatico, perché il 67 per cento dell’acqua dolce che arriva in questo mare proviene da questo fiume. Il Po e l’Adige insieme, i due fiumi più importanti del Nord Italia, costituiscono l’80 per cento di questo apporto”.

Ma ciò che viene definito come inquinante è sempre nocivo?
“Certe sostanze che possono diventare inquinanti sono anche fondamentali per la vita, perché contribuiscono alla produzione di vegetali che sono il cibo per la fauna, importanti per la catena alimentare del mare. L’Adriatico vive del Po”.

A volte vediamo l’acqua più cristallina, a volte più verdognola. In che modo c’entra il Po?
“Dipende da come l’acqua del Po si distribuisce una volta che raggiunge il mare, dipende dal cosiddetto ‘pennacchio’ del fiume. A volte gira verso Venezia, a volte verso la Romagna. Nel 2003, un anno ancora più secco del 2017, tutta la costa godeva di un’acqua trasparente come quella degli atolli. Il motivo era la portata molto magra del fiume. Anni con piene e portate di 80 km cubi all’anno si trovava al contrario un pennacchio torbido che rendeva l’acqua apparentemente meno gradevole”.

Ma “acqua meno gradevole” alla vista significa acqua inquinata?
“No. A volte il particellato la rende torbida ma non significa che sia inquinata. Poi ci sono le fioriture di alghe. In alcune zone, come la laguna di Venezia o il delta del Po, di tanto in tanto crescono questi vegetali molto grandi che creano come dei prati verdi, e quelli non sono un bene”.

Qual è lo stato di salute dell’acqua della Riviera Romagnola
“Quest’anno è andata meglio di altri anni e ciò è stato percepito anche dalle analisi di Goletta Verde e dall’agenzia regionale per l’ambiente”.

Come prendersi cura del Po?
“Bisogna tenere bene a mente un fatto. Il Po non è un pezzo di fiume, né un torrente, né un laghetto. Il suo bacino è un tutt’uno con il territorio su cui insiste. Il Po va visto in modo integrato, insieme all’Adriatico, pensando che ciò che viene fatto a Torino, a Piacenza o a Novara, prima o poi arriva a Cervia o a Rimini. E poi bisogna iniziare a fare degli interventi mirati laddove si ha la certezza di poter intervenire. Ad esempio, bisogna migliorare la realtà dei piccoli canali locali. In regione si stanno già facendo queste azioni le quali si stanno dimostrando positive”.

Ci vorrà ancora molto tempo per riqualificare il sistema pluviale?
“Sì, occorre iniziare ad agire ad una scala più vasta. Quando interveniamo sul Po dobbiamo immaginare un intervento ad un’aorta, ovvero un’operazione da pianificare bene che richiede tante risorse a disposizione. Se interveniamo solo sui piccoli canali è come intervenire solo sui capillari”.
Mirco Paganelli

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