Il Ponte

Charlie e la speranza della fede

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Qualche giorni fa Charlie Gard è volato in cielo. I genitori hanno rinunciato a procedere nella loro battaglia, riconoscendone l’impossibilità.
Non ci interessa, qui, proseguire una battaglia che è stata irta di malintesi e semplificazioni. Vogliamo porre lo sguardo su quello che realmente e profondamente è accaduto. Da una parte, ancora una volta, si è affermata la tragedia che riguarda ogni uomo. La sconfitta delle proprie aspirazioni, la prova fattuale che “non ce la possiamo fare”. La morte è il riscontro sicuro e oggettivo di questa impotenza a realizzare i propri desideri. Con la vicenda di Charlie Gard si è visto, tuttavia, anche altro. Si è visto che il desiderio dell’uomo di vivere, di amare, di combattere è potente. È capace di stringere insieme migliaia e milioni di uomini. I genitori di Charlie sono stati la testimonianza di questa forza e in tantissimi ci siamo stretti attorno a loro (pur con diverse valutazioni sulle opportunità da seguire, sulle quali i medici stessi si sono trovati divisi), commossi per questa tenacia e questo amore al proprio figlio. Ma resta la domanda. È una battaglia che può essere vincente? La risposta è chiara. No.
Viene in mente la bella canzone di Guccini, Le cinque anatre. Se anche una sola continuerà il suo volo, mentre le altre quattro cadono, questa sarebbe la prova che “si doveva volare”. Il problema è che neppure quell’unica anatra, nel nostro caso, può continuare il volo per raggiungere il suo Sud.
Ma allora che significato ha la tenacia dei genitori e la commozione del mondo intero?
A chi non si accontenta di miti, sia il mito pro-life (che cancella i dati della vicenda nella sua complessità), sia il mito dell’eliminazione del dolore e della morte (che non disturbi i passanti, per carità, che non susciti troppe domande), resta una sola soluzione.
La soluzione è quella di non deviare l’urgenza della domanda che Charlie testimonia: a che vale la vita? Perché il grande spettacolo della vita, se poi ci viene improvvisante portato via?
Di qui la necessità di poter sperimentare da subito scintille di resurrezione, ovvero di vittoria. Costruire luoghi dove è possibile sperimentare da subito la vittoria sulla morte, dove tale vittoria è altrettanto quotidiana e reale quanto la presenza della morte che ci pervade, è la vera buona battaglia. Luoghi che diano senso e speranza anche alla tenera e cara vita di Charlie, e senso e speranza al dolore di quanti lo hanno amato così fortemente.
Per questo serve, oggi più che mai, l’intelligenza della fede, affinché si abbia finalmente il coraggio di guardare ciò che c’è, senza sogni e aggiustamenti.

Emanuele  Polverelli

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