Il Ponte

Il ceramista Giò Urbinati e le sue nozze… d’argilla

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Il ceramista riminese compie 50 anni di carriera. “Fin da piccolo il contatto con l’argilla era il mio bisogno di esprimermi. Dalla mia bottega sono passati centinaia di giovani promettenti. Se qualcuno volesse venire ad imparare la mia porta è sempre aperta”

“Ho cominciato da bambino a giocare con l’argilla quando d’estate andavo dai miei nonni in collina. Là vicino c’era una pozza d’acqua scavata da una bomba. Passavo ore a plasmare forme con la terra. Il resto dell’anno a casa dei miei, alla periferia della città, aspettavo che qualche temporale bagnasse la terra dei fossi”. L’inizio dell’opera Pensieri di Terra (Ed. Guaraldi) in cui Giò Urbinati ama raccontarsi, scritto per le nozze d’oro con l’arte, è affascinante. Filo conduttore il compendio di tutto ciò che finora il Maestro ci ha regalato con forme, colori, stile.
Urbinati ama definirsi artigiano, in realtà è maestro ceramista, scultore, pittore di chiara fama, classe 1946. “Il tempo ha inciso sulle mie scelte; avevo capito che l’argilla aveva un grande fascino su di me, forse non sarei riuscito a far altro, con tanto impegno, se non plasmare, creare qualcosa con le mie mani…”.

Secondo lei è importante frequentare scuole artistiche? Quale è stata la sua formazione?
“Iniziai negli anni ’60; presso l’atelier di Carla Birolli ho avuto una prima formazione, poi, nelle tecniche basilari, mi fecero scuola Benito Balducci e Rosetta Tamburini, dissero che avevo talento e mi spronarono a continuare. In seguito La Cattedrale dove va a finire il mare (’86-88) poi Il Giardino Pietrificato, L’Arco delle Favole, l’Orto dei Frutti Dimenticati (Pennabilli) segnano il mio particolare rapporto con Tonino Guerra.

Col solo pensiero non si materializza un’opera d’arte, cos’altro occorre?
“Quel momento dove fantasia e sentimento si fondono e si genera un’idea; che sia creta o tela per dipingere, marmo o metallo poco importa, cambiano solo le tecniche per farne uscire l’opera. Nel laboratorio prende corpo l’ispirazione, le fantasie, l’estro; qui, coi miei strumenti plasmo, modello, rifinisco, preparo colori, cambio tecniche…”.

Lei crea al tornio; l’opera si sviluppa pian piano o sa già come sarà realizzata?
“Seguo un progetto; l’emozione dà forma alla sostanza, guida le mani, mentre l’armonia è sempre presente fin dal primo istante, poi c’è tutto un modo capace o incapace di esprimersi, basta cogliere l’istante”.

Per un periodo molto breve della sua vita lei ha fatto anche il pasticcere.
“Si ricorda che la Pasticceria Vecchi mise quel vecchio frigorifero in vetrina ricolmo di sue delizie? Servivano per attirare lo sguardo curioso dei passanti; erano dolci, bignè o torte create in modo da apparire ‘realisticamente vere’, sarebbero state in grado di mantenere nel tempo la loro fragranza visiva. La mia intenzione era di creare dei dolci lontani dalla perfezione della pasticceria, imperfetti, ma seducenti allo sguardo. L’amalgama delle argille era diversa per ogni creazione, dovevo conferire quel senso di cremosità, di consistenza spumosa alla panna montata, per farli ho mescolato all’argilla anche la mia innata ironia: in realtà erano… veramente falsi!”.

Parliamo di lavoro. Si può vivere di ceramica?
“Vivo, ho vissuto e ho fatto crescere una famiglia e due figli col mio lavoro. Ma ci si dovrebbe anche arricchire con la ceramica!”.

Ci sono giovani che si avvicinano all’arte?
“Da qui sono passati tanti giovani promettenti, circa 300; posso dire di aver stimolato l’apertura di 4/5 laboratori. Paolo Giannini, Veronica Zavoli, Cecilia Coppola, Cristina Babboni, Marco Vannini, sono venuti nella mia bottega; a loro ho insegnato il mestiere e qualche piccolo segreto. Ho ospitato persone che venivano dal Centro Zavatta, dai collegi. Rimanevano dalle 3 ore ai 3 anni; quelli che avevano intenzioni serie sono rimasti, hanno imparato, si sono messi in proprio. Nel tempo però non si è più fatto vivo nessuno… Alcuni pensavo avessero intenzioni serie; li ho messi in regola perché credevo fossero desiderosi d’imparare e proseguire. Ma se qualcuno volesse venire a imparare, la mia porta è aperta.

Secondo lei il territorio riminese si impegna a promuovere e valorizzare i suoi artisti?
“Siamo pieni di intellettuali, artisti, ma gli artigiani non ci sono più! Io mi sento un artigiano, tengo a dirlo”.

Quanto conta la tecnica e quanto la passione?
“Se c‘è passione impari la tecnica, va di concerto, non si possono scindere le due cose. Rimini ha una tradizione artigianale che man mano l’industria del turismo prima, e altri interessi poi, ha offuscato. Adesso è più sommersa. Nei miei 45 anni di mestiere, dalla prima bottega medievale a San Giuliano, ho visto passare tanti giovani. Vedere modellare l’argilla col tornio a pedale è come tornare all’infanzia. Ma le botteghe ormai sono sparite; oggi aprire una bottega, un’officina è difficile. Un tempo c’era il fascino del laboratorio; la prima volta che entrai in una fabbrica di ceramiche, ho respirato l’odore delle cristalline che cuocevano a 1.000 gradi; c’era l’aria permeata d’arte e sudore, mi ha rapito, intrigato… Adesso tutto è asettico, in ordine, allineato, troppo perfetto!”.

LA GALLERIA

La visita all’atelier è un percorso emozionante dove le opere rappresentano le tappe nei momenti di riflessione e creatività di Urbinati. Dopo La cattedrale dove va a dormire il mare, le ultime mostre Centociotole e un vaso e Nafta (2011), sboccia all’improvviso nella mente di Urbinati l’ultima novità espressiva: Castelli di Carta.
“Mi ricorda ciò che facevo con le carte da gioco: i castelli erano fragili, bastava un soffio per farli cadere. Ogni volta ricominciavo daccapo. In questo fare e disfare si può intravvedere la metafora della vita; si tenta di arrivare sempre più in alto, ma gli ostacoli, gli imprevisti, sono ad ogni passo. La produzione è inimmaginabile. “Ne ho fatti tanti che potrei simulare una piccola New York”. commenta compiaciuto -. Per creare queste città immaginarie ho cercato materiali diversi: porcellana, gres, vitrus, biscuit, maiolica, terracotta”.
Per Auser, Urbinati si è dedicato anche ad esperienze formative e di volontariato. “Con gli anziani del centro sociale mi sono arricchito delle loro esperienze di vita, coi bambini del progetto ‘L’Orto delle Lune’ ho percepito in maniera forte la bellezza della loro ingenuità”.
L’artista artigiano definisce il suo mezzo secolo di carriera “cinquant’anni di alchimia”. In fondo, come diceva Lucio Dalla, “la bellezza è fatta anche di qualcosa di imperfetto e occorre lasciare sempre un punto vuoto nel quale qualcuno può aggiungere ciò che crede”.

Laura Carboni Prelati

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