Il Ponte

“Celo, celo. Manca, manca”

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Era marzo quando a Rimini passo il tour della “Panini” di Modena, nota casa editante le famose e raccolte figurine… e una folla di genitori e figli si è accalcata al bus per lo scambio e l’acquisto delle immagini dei calciatori. Questo evento – insieme alla lettura dell’articolo scritto su questo giornale da Maurizio Ceccarini, lo scorso 7 marzo, “figurine e figurine” – ha risvegliato in me ricordi piacevoli della mia infanzia.
C’era una vera passione per la raccolta di quei rettangolini, dentro le loro bustine e da applicare nell’album personale. Ricordo le quotidiane visite dall’edicolante, a Viserbella era Lorio Rossi, ed era ispiegabile la gioia quando all’apertura della bustina si trovavano le figurine mancanti alla collezione. In caso contrario avveniva lo scambio: “Ce l’ho, ce l’ho, mi manca”<7i> questa era la cantilena che si sentiva avvicinandosi ai gruppetti dei ragazzi. “E cosa mi dai per averlo?” altra frase inmancabile nei nostri discorsi. Allora si contrattava anche 5 o 6 figurine per una rara e introvabile. Tutti noi bambini, già cinquant’anni fa, avevamo le tasche piene di queste immaginette, spesso legate con l’elastico e anche accartocciate, per l’usura di tirarle fuori e di passarle di mano in mano. E con le doppie e le triple che cosa si faceva?
Queste si giocavano a “botta” oppure a “soffio”. Nel primo caso due o più giocatori si sfidavano nel tentativo di far girare, nell’altro verso, un gruppo di figurine messe, in egual numero, in palio. Si giocava su una superficie dura come un muretto oppure una panchina. Ognuno a turno dava un colpo secco alle figurine, quelle che si giravano erano vinte mentre le altre si rimettevano in palio. Lo stesso sistema si usava per il gioco a “soffio” solo che non si usavano le mani (vietatissime!!!!) ma un soffio che riusciva – quando riusciva – a far capovolgere tutte oppure una parte delle figurine dall’altro verso. Non ci crederete ma il gioco andava avanti per ore, finché uno dei due o più partecipanti non aveva esaurito, ahimè perso tutte le figurine e rimaneva al verde. Allora si diceva che quel giocatore era andato in “pula”. A volte nelle bustine si trovavano figurine bisvalide o trisvalide che davano diritto a punti che accumulati ti permettevano di vincere un pallone di cuoio, ambitissimo da noi ragazzini.
Con difficoltà si riusciva a completare la raccolta, per cui verso la fine le figurine mancanti si richiedevano alla Panini e si ricevevano a casa con l’aggiunta del pagamento dei francobolli per la spedizione. Ricordo che le prime figurine non erano adesive e per sistemarle nell’album occorreva usare la colla… e si può immaginare come si impastricciavano le mani. Ancora oggi conservo degli album del tempo e sfogliandoli, talvolta, ripenso a quei primi momenti da collezionista che è poi sfociato nella mia passione per la filatelia.
Accanto a questa passione ve n’era un’altra altrettanto sentita ed avvincente che conivolgeva praticamente tutti i bambini tra i 7 e i 12 anni. Sto parlando del gioco con le biglie di creta verniciate di tanti colori. Era per noi il massimo possederne una certa quantità! Si acquistavano, ricordo, a peso, e si andavano a comprare dalla Tonina Della Rocca che, data la passione dei ragazzi, ne aveva sempre un’abbondante scorta che teneva in capienti sacchi di carta. Il gioco consisteva nel colpire con le proprie biglie alcune altre che il capogioco aveva posto sul terreno indicandone il valore. C’era la pallina 3,6,9; oppure la pallina 5,10,15; e infine la 10, 20,30. Il giocatore o giocatori avversari da una certa distanza (dai 6 agli 8 metri) dovevano cercare di colpire queste palline bersaglio e se ci riuscivano venivano pagati con il corrispettivo valore e si riproponeva il gioco. Spesso le palline non venivano colpite al primo colpo, in questo caso finivano nel sacchettino del bambino propositore del gioco. Di solito ci si organizzava in società – si diceva “stiamo in mita” e si giocava contro altre società di bambini e il bottino di palline si metteva, poi, in comune. Le palline venivano di solito, conservate in grandi barattoli e il tesoro veniva tenuto, a turno, a casa di ogni bambino che lo riportava per strada quando era il momento di giocare.
Per anni ho conservato quel barattolo con le biglie multicolori, poi andato smarrito nella ristrutturazione della mia casa. Il gioco si svolgeva principalmente in piazza Calboli e i suoi due marciapiedi – all’ombra dei maestosi pini marittimi – sin dal primo pomeriggio venivano invasi da decine di bambini che si divertivano così, semplicemente… tra le urla di gioia per le vincite e i pianti soffocati per le perdite. Fino a quando le mamme richiamavano le truppe al grido di: “È ora di fare i compiti” e tutto si placava.
E poi i lunghi giri in bicicletta per le vie di Viserbella. Di solito si andava verso via Petropoli o verso via Serpieri che allora era chiusa all’altezza di via S.Medici verso Viserba, mentre dall’altra parte dopo via Bartoli la starda era tutta sassi ed erba. Oppure verso la zona degli orti, attraversando pericolosamente il passaggio a livello, anche se allora c’era il casellante! Ci si divideva in due squadre: l’una doveva trovare l’altra che si era nascosta e si andava, così, alla ricerca del nascondiglio!
Il nostro preferito era la foresta di acacie le “marughe” che si trovava nel campo ove poi sorse la scuola elementare ora diventata sede dello Scaion, il museo della marineria. Lì quatti quatti aspettavamo di scorgere gli avversari. All’arrivo, poi, del primo tepore primaverile, noi ragazzini organizzavamo, di domenica pomeriggio, lunghe passeggiate a piedi. La direzione era quella del rio, lo spazio che oggi è occupato da Italia in Miniatura e costeggiando la strada ferrata arrivavamo verso la zona di Villa Salus, poi deviando a sinistra ed oltrepassati i binari, s’affacciava ai nostri occhi uno spettacolo meraviglioso: il costone con prati, foreste di alberi, scoscendimenti e piccoli ruscelli con tanti fiori. Tuttavia, spesso, alcuni contadini infastiditi dal nostro calpestare i campi coltivati ci cacciavano via roteando bastoni e pale, ed allora si andava di corsa verso casa! Al ritorno ci fermavamo ad un piccolo ponte situato tra via Angelini e via Marchetti al di sotto del quale scorreva un piccolo torrente e qui ci davamo alla pesca di girini con le mani o con qualche retino che avanzava dall’estate. Poi si tornava a casa e si attendeva che diventassero rane! Così ci si divertiva in quei tempi… per strada. Liberi da condizionamenti tecnologici. La televisione, infatti, era arrivata da poco e la si seguiva solo per programmi adatti ai ragazzi, specie nel tardo pomeriggio. Il computer era cosa lontana e i giochi elettronici erano fantascienza! Allora cosa rimaneva da fare? Vivere all’aria aperta, fare sport, stare con gli amici e giocare, giocare, giocare

Enrico Morolli

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