Il Ponte

Celi, quant’è bello prendersi in giro!

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Lia-Celi

Fare la buffona ogni volta che si può. Per Lia Celi è un tonico quotidiano, oltre che uno sfogo. Da un’autrice di satira potevamo forse aspettarcelo, eppure anche la satira, se fatta bene, sa essere “un esercizio creativo di ragione”. Parola della giornalista e scrittrice riminese che in questa chiacchierata racconta, tra le varie cose, anche di come ha rifatto “pace” con la sua città, che un tempo vedeva popolata da alieni…

Se dovesse dire chi è Lia Celi in chiave umoristica, come si descriverebbe?
“Credo che sia ancora perfetta la definizione che davo di me stessa alle elementari: «la più brava dei somari, la più somara dei bravi». Allora mi riferivo ai compagni di classe, oggi agli scrittori umoristici, la differenza è che nella mia classe eravamo 31, mentre di scrittori umoristici in Italia ce ne sono molti di meno”.

Da giornalista, c’è una domanda che ancora nessun collega le ha posto? E come risponderebbe?
“La domanda è un po’ marzullesca, dai! Però nessuno mi ha mai chiesto: «È vero che sei una beauty-addict, il tuo bagno è un bazar di boccette e vasetti e il tuo paradiso non è una libreria ma una profumeria?». Al che risponderei: «Sì, lo ammetto, sono così fin da piccola, è la mia debolezza»”.

Una carriera ricca di soddisfazioni e una famiglia numerosa: qual è il segreto in tempi di scarse opportunità in termini di conciliazione?
“Non farsi troppe domande e non giudicarsi troppo. Non pretendere di essere perfetta né nella scrittura né soprattutto nel ruolo materno, né pretendere la perfezione dal padre dei propri figli, tanto si sbaglia sempre. E fare la buffona ogni volta che si può. Per me è uno sfogo e un tonico”.

Le sue figlie la seguono da vicino e sono state spesso coinvolte anche in sue pubblicazioni, da Piccole Donne rompono a Diario di una mamma imperfetta
“Non parlarmi di Piccole donne rompono! Mi hanno fatto un processo politico accusandomi di aver messo in piazza la loro infanzia e di aver raccontato al mondo come facevano la cacca da piccole. Dal loro punto di vista non hanno tutti i torti… anche se ho saputo che quel libro e la rubrica da cui è nato sono stati di conforto a tanti neo-genitori, che ancora mi ringraziano e vogliono bene a me e a quelle tre bambine, ora grandi”.

Ma cosa dicono dei suoi scritti?
“Non so cosa pensino di me come scrittrice, però quando qualche loro compagno scopre che la loro mamma è quella che ha scritto questo e quello sembrano abbastanza orgogliose. La più grande mi rimprovera di non aver ancora scritto un grande romanzo e mi accusa di perdermi in cosucce di poco conto. Peggio di un genitore…”.

Come si sopravvive da ”mamma imperfetta”?
“Benissimo. Soprattutto se sopravvivono anche i figli. Come diceva Roseanne Barr, quando la sera i figli sono tutti a casa vivi e incolumi, sento di aver fatto il mio dovere”.

La satira, oggi, sembra andare in alcuni casi “oltre confine”. Emblematiche le tanto discusse vignette di Charlie Ebdo. Quand’è che il genere supera il limite?
“Quando fai satira scontenti sempre qualcuno, e se il tuo primo obiettivo è non urtare nessuna sensibilità è meglio cambiare genere. Però secondo me oggi chi fa satira deve smettersi di sentirsi il «ragazzaccio» cui tutto è concesso, una specie di eterno minorenne con una franchigia totale, e accettare anche con una certa fierezza la responsabilità e le conseguenze di ciò che scrive. Prima fra tutte, nell’era dei social, beccarsi un bel po’ di insulti. Oggi va così, fare gli offesi e gli snob è inutile, meglio rispondere con eleganza e con la serena e fiera consapevolezza di chi esercita creativamente la ragione (e la satira ben fatta è sempre esercizio creativo di ragione)”.

Ha molto adattato il genere umoristico e satirico ai social network. Cosa pensa della dipendenza da social di oggi, specie da parte dei giovani?

“Ma veramente io la dipendenza dai social la vedo anche fra adulti e anziani, e mi fa ancora più impressione. Io stessa ho avuto un periodo di ultraconnessione da cui sono uscita perché tutto, dopo un po’, stufa. Le mie figlie invece sono molto connesse, ma non su Facebook o Twitter: hanno i loro gruppi e le loro chat, spesso con ragazzi dall’altra parte del mondo, comunicano in inglese e un po’ le invidio. Quanto ai giovani in generale, trovo noiosissimo dare giudizi su quel che fanno o non fanno. Più che giudizi, noi grandi dovremmo dare esempi”.

Il suo rapporto con Rimini: ha detto in altre occasioni che Rimini è cambiata e ci ha fatto la pace…  Per quale motivo?

“Perché a Rimini vivo bene. Sarà l’età, sarà che ci sono cresciute le mie figlie ed è nato il mio quartogenito, ormai mi ci sento come un topo nel formaggio. Non so se sono io a essermi adattata a lei o lei ad avermi concesso di più, forse entrambe le cose, come succede nelle vecchie coppie. Una volta temevo che abitare lontano dai centri dell’editoria o della televisione avrebbe nuociuto alla mia carriera, invece semplicemente screma le sciocchezze cui, se abiti a Roma o Milano, non te la senti di dire di no perché così fan tutti. Chi ti vuole e apprezza il tuo lavoro viene a cercarti anche se abiti in provincia – e poi ti invidia perché hai un’aria più felice e rilassata della tua”.

Dove Rimini provincia si presta ancora bene ad un testo satirico oggi?
“Un aspetto che mi affascina e andrebbe approfondito e raccontato attraverso la lente della satira di costume, è la grandiosa multietnicità di Rimini. Il negozio di specialità dell’Est Europa vicino a casa mia sarebbe uno sfondo ideale. Vorrei raccontare il mio straniamento ogni volta che ci entro e l’avvilimento per non capire una parola delle chiacchiere dei clienti che parlano fra loro in russo, ucraino, rumeno… Fra l’altro ho scoperto da poco che la prima immigrazione a Rimini dall’Est, in particolare da Albania, Bosnia e Slavonia, risale ai tempi di Sigismondo Malatesta. Questo significa che parecchi riminesi doc probabilmente hanno radici slave e non lo sanno!”.

Come autrice televisiva, qual è il suo giudizio oggi della tivù, in particolare del “servizio pubblico”?
“Sono trent’anni che la tivù pubblica ha rinunciato al suo ruolo educativo per inseguire la tivù commerciale. E comunque i miei genitori, sinistra dura e pura, fan di don Milani e Pasolini ecc., consideravano diseducativa anche la mitica Rai degli anni Sessanta-Settanta. D’altra parte, se non fosse stata così noiosa, ingessata e codina, la gente non si sarebbe buttata subito a pesce sui programmi-baraccone delle televisioni private. Oggi il digitale dà la possibilità di scegliere; io, ad esempio, mentre cucino ho la tivù fissa su RaiStoria. Sono abbastanza d’accordo con Fiorello quando dice che la tele-disgrazia ammannita dalle reti generaliste 20 ore su 24 è dannosa, forse più dannosa di un programma di intrattenimento fatto male: convince i telespettatori, per lo più anziani, che viviamo in un paese violento e insicuro, quando tutte le statistiche dimostrano il contrario. E chi ha più di 50 anni finisce per credere che l’Italia della sua giovinezza – quella della violenza vera, terrorismo, sequestri di persona, mafia scatenata, violenza domestica impunita, città deserte alle sette di sera – quella sì fosse Paese pacifico e felice. Un falso storico”.

Un sogno ancora nel cassetto o che ha intenzione presto di concretizzare?
“Nella mia vita ho viaggiato pochissimo. Per vari motivi, fra cui metto pure la mia pigrizia e la scarsa capacità di organizzazione. In futuro, quando i figli saranno più grandi, vorrei conoscere parti del mondo che non ho mai visitato, anche se a Rimini per sentirmi all’estero mi basta entrare nel supermercato cinese o nel negozio di specialità slave cui accennavo prima. Nel frattempo vorrei, anzi, lo sento come un dovere, trasformare le mie infarinature di inglese e francese in una conoscenza più approfondita, e magari affrontare una lingua nuova. Dicono che non ci sia niente di meglio per prevenire il decadimento mentale. Che è la cosa che temo di più, visto che campo grazie al lavoro del mio cervello e spero di farlo più a lungo possibile!”.

Alessandra Leardini

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