Il Ponte

Io cappellano di bordo sulla “Mar Jonio” di Mediterranea

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Mattinata di spessore quella di martedì 28 maggio, all’istituto tecnico Einaudi-Molari di Santarcangelo. La scuola in questione, alla quale è caro il tema della solidarietà, è stata testimone di un intervento di un ospite eccezionale. Infatti, Mattia Ferrari, di soli 25 anni, di professione salva vite nel Mediterraneo, a bordo della nave Mar Jonio di Mediterranea Saving Humans. Mattia è un giovane sacerdote di estrema empatia e umanità, che sotto l’invito del Prof di religione Manuel Mussoni, è venuto a testimoniare la propria esperienza davanti a circa 300 studenti.
I ragazzi hanno prima assistito ad un servizio di La7 riguardante i salvataggi in mare, tra i cui protagonisti figurava Mattia, a bordo della Mar Jonio. L’ex liceale è guidato dal suo credo in una impresa che ormai ogni giorno viene politicamente e mediaticamente presa di mira. Il venticinquenne racconta di come le 22 persone, tra la nave principale e quella di appoggio, nonostante i credi e le differenze, siano totalmente unite per il bene ultimo di salvare persone che fuggono e rischiano la vita per un’esistenza migliore. La buona sorte che ci ha fatto nascere in Occidente non deve essere un ostacolo emotivo, ma un motivo in più di responsabilità verso questa gente. Un motivo per non macchiarci di un altro terribile errore, che andrebbe ad aggiungersi al catasto storico di indifferenza.
La delicatezza del tema e il carisma di Mattia hanno reso l’incontro un esempio di come con l’empatia possa andare oltre i colori di partito, con un clima solidale e costruttivo.
Molto emotivi e calorosi gli interventi in favore di Mattia e di chi, come lui, si dedica all’attuale emergenza umanitaria. Il messaggio della mattinata è stato propriamente recepito dagli studenti che intervengono anche per discutere della responsabilità che grava su ognuno di noi, di come l’umanità venga prima dell’economia e di come avere il coraggio cambiare idea sia una questione di intelligenza. Ciò che traspare dopo questa esperienza è la speranza in un mondo e in un futuro migliore. Un futuro nel quale alla domanda delle prossime generazioni, “cosa avete fatto per quelle persone?”, potremo rispondere “abbiamo aperto loro le braccia”.
Nell’Istituto santarcangiolese non sono rari gli incontri di sensibilizzazione come questi, grazie alla presenza della Preside Maria Rosa Pasini, la quale toccata da questi argomenti cerca di aprire l’istituzione scolastica al pensiero critico e ad una maggiore empatia collettiva. Mattia, così come le numerose anime buone come lui, sono un esempio da seguire.
Michele Salluce
studente di V istituto tecnico Einaudi-Molari di Santarcangelo

Intervista

“Porto la vicinanza della Chiesa di Gesù a questi ragazzi”

Sacerdote da meno di un anno, il venticinquenne don Mattia Ferrari insieme alla diocesi di Modena e a quella vicina di Bologna spesso si è trovato a mettere insieme quelli dell’oratorio e gli attivisti di associazioni come Ya Basta e Labas. Un’amicizia nata per strada, tra i disperati. «Due anni fa – racconta don Mattia – accolsero Yusupha, un ragazzo migrante che dormiva in stazione a Bologna e per il quale non riuscivamo a trovare posto. Bussammo alla loro porta, e loro accolsero Yusupha con gioia. E grazie a loro Yusupha, dopo anni vissuti nell’abbandono, è rinato. Ha ripreso a vivere con dignità, perché si è sentito amato». È nata così la loro amicizia anche con l’arcivescovo Matteo Zuppi.
Don Mattia è proprio come ti immagini che sia un prete giovane. Chi vorrà appiccicargli addosso il cliché del don barricadero, non né troverà traccia. Fresco di barba, impeccabile in jeans e camicia clergy, i modi garbati del seminarista docile. «Sono andato – dice – per vivere il Vangelo di Gesù accanto a quei ragazzi affamati di giustizia e operatori di pace. Sono andato per portare la vicinanza della Chiesa di Gesù a quei ragazzi che rischiano la loro stessa vita per salvare quella del prossimo, e ai migranti salvati durante la missione».
Cosa ti ha spinta a imbarcati con la Mare Jonio come “cappellano di bordo”?
“Questa scelta nasce da alcuni fattori concomitanti. Innanzitutto, Luca Casarini, nell’incontro con l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice, aveva espresso il desiderio di avere un prete a bordo. Dal momento che sono amico da due anni dei centri sociali bolognesi Tpo e Labas che, tramite l’associazione Ya Basta, fanno parte di Mediterranea e che siamo amici proprio grazie alla comune fraternità con i migranti, hanno chiesto a me di essere il «prete a bordo». Non potevo certo rifiutare. La mia decisione si inserisce quindi nel mio percorso di discepolo di Gesù che mi ha portato a essere amico e fratello di questi ragazzi che hanno scelto di mettere a rischio la loro vita per salvare quella del prossimo, e dei migranti che bussano alle nostre porte”.
Come è andato il duplice confronto con il suo vescovo, mons. Castellucci, e con mons. Lorefice, vescovo di Palermo?
“Molto bene. Corrado Lorefice aveva già appoggiato convintamente Mediterranea, incontrando Luca Casarini e regalandogli un libro con la dedica «Sono con voi». È lui che ha autorizzato che ci fosse un prete a bordo. Castellucci ha accolto felicemente la richiesta di imbarcarmi e mi ha sostenuto con affetto”.
Come interpreta la sua missione di cappellano di bordo?
“La mia missione è quella di portare la vicinanza della Chiesa di Gesù a questi ragazzi. Oltre a pregare, parlo a lungo con loro e facciamo discorsi molto belli, dai quali io per primo sto venendo molto arricchito. Siamo come una grande famiglia: tutti facciamo tutto. Cuciniamo, sistemiamo e ci prepariamo a eventuali salvataggi”.
Cosa pensa del modo in cui è stata attaccata l’esperienza di Mediterranea?
“Sono attacchi ingiusti. Mediterranea fa paura perché sono ragazzi che non solo parlano, ma fanno! Mettono in gioco la loro vita per salvare quella degli altri. Mediterranea non salva solo i migranti: salva noi tutti dalla disumanizzazione dilagante. Lo slogan “porti chiusi” è irricevibile per una questione di umanità, perché non si lascia morire nessuno in mare. E per una questione di giustizia, perché siamo noi occidentali che sfruttiamo da sempre il suolo africano e costringiamo questa gente a partire”.
E le polemiche contro la Chiesa di papa Francesco?
“Anche questi sono attacchi ingiusti. La Chiesa è stata collocata dal Signore accanto ai poveri e ai derelitti della storia. Papa Francesco è fedele a questo principio, per questo viene attaccato dai potenti”.

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