Il Ponte

Ma il cancro non condivise quell’analisi

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Ne Il Mercante di Venezia di W. Shakespeare si legge: “La misericordia è al di sopra del potere degli scettri dei re. Essa ha il suo trono nel cuore dei sovrani ed è l’attributo di Dio stesso. Il potere terreno diventa allora più simile a quello divino solo quando la misericordia tempera la giustizi”. (Atto IV, scena I). Su un altro versante, F. Nietzsche scrive nel suo Così parlò Zarathustra (1883-85): “In verità io non amo i misericordiosi… Tutti i creatori sono duri. Dio è morto e la sua compassione per gli uomini fu la sua morte… Sia lodato ciò che ci rende duri”.
I brani si commentano da soli. Mi limito solo ad osservare che la misericordia cui fa riferimento il filosofo tedesco – cui dava fastidio una certa retorica moralistica –, è un atto etico-filosofico, non teologico in senso cristiano. Come si legge nel Vangelo: “Siate misericordiosi come misericordioso è il padre vostro”. (Lc 6, 36). Un antico apologo recita: “Il discepolo aveva peccato gravemente e pubblicamente. Il maestro non lo punì. Un altro discepolo protestò ‘Non si può ignorare la colpa, Dio ci ha dato gli occhi’. Il maestro replicò ‘sì, ma anche le palpebre!’ ”. La misericordia ha le palpebre.

Dei tanti volti della misericordia, quello che, soprattutto oggi, merita speciale sottolineatura è appunto il perdono, che letteralmente significa dono in eccesso. Troppi sono gli equivoci che circondano tale concetto. Ci sono cose che non riusciamo a dimenticare e che pensiamo sia impossibile perdonare. Si realizza così quello spirito di rivalsa e di vendetta che vincola al passato. La rivalsa, infatti, è il tentativo di voler ripristinare le condizioni prima dell’offesa, il che è impossibile. Il moralismo è il tentativo più raffinato di vendetta perché fa pesare sulla coscienza dell’altro il male caricandolo della colpa senza possibilità di riscatto: tu hai sbagliato, io mi vendico declassandoti o annientandoti. Per questo bisogna sapere dimenticare: quella di rimuovere il passato è un’operazione errata perché la rimozione non è la dimenticanza; è un’operazione di copertura. Il modo corretto per dimenticare è prendere distacco; distaccarsi cioè da un determinato accadimento per comprenderlo nelle sue ragioni più profonde. Quindi, non si tratta di annullare il passato, ma di prendere distanza rispetto a ciò che ci pesa. È questo il vero perdono, che sempre esige – mai lo si dimentichi – da parte dell’altro la volontà di farsi perdonare.

È suggestivo al riguardo il racconto del non credente J. Borges. Negli spazi infiniti dell’oltrevita, Abele e Caino s’incontrano di nuovo, accendono un fuoco e si mettono a cenare. Alla luce della fiamma Caino nota sulla fronte di Abele il segno della pietra e, lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, chiede di essere perdonato del suo delitto. Gli risponde Abele: “Sei tu che mi hai ucciso o io ho ucciso te? Non ricordo più: siamo qui insieme come prima”. Caino allora conclude: “Ora so che mi hai perdonato davvero, perché dimenticare è perdonare”. Il racconto del celebre scrittore argentino coglie un elemento decisivo del perdono, quello della capacità di trasformare la cattiveria del colpevole. Se è impossibile revocare la storia, cioè fare in modo che le azioni non siano accadute, è però possibile continuare ad agire andando in altra direzione. Non si può essere perseguitati dalle proprie azioni passate. D’altra parte, non è forse vero che non c’è santo senza un passato né peccatore senza un futuro? In tal senso, il perdono è dono di libertà a chi rischia di essere schiacciato dal passato. Ecco perché – come ricordava Spinoza – solo chi è libero è capace di perdonare in modo pieno.

Una parola di chiarimento ora sulla nozione di sviluppo, parola oggi fin troppo inflazionata. In senso etimologico, sviluppo indica l’azione di liberare dai viluppi, dai lacci e catene che inibiscono la libertà di agire. (La “s” con cui inizia la parola sta per “dis” e conferisce un senso contrario alla parola cui sta unita). È soprattutto ad Amartya Sen che si deve, in questo tempo, la insistenza sul nesso tra sviluppo e libertà: sviluppo come processo di espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani (si veda il suo Sviluppo è Libertà, Milano, Mondadori, 2000). In biologia, sviluppo è sinonimo di crescita di un organismo. Nelle scienze sociali, invece, il termine indica il passaggio da una condizione a un’altra (ad esempio, quel paese è passato dalla condizione di società agricola ad una di società industriale). In tal senso, il concetto di sviluppo è associabile a quello di progresso. Si badi che quest’ultimo non è un concetto meramente descrittivo, giacché comporta un implicito, eppure indispensabile, giudizio di valore. Il progresso, infatti, non è un mero cambiamento, bensì un cambiamento verso il meglio e quindi postula un incremento di valore. Se ne trae che il giudizio di progresso dipende dal valore che si intende prendere in considerazione. In altro modo, una valutazione del progresso e quindi dello sviluppo richiede la determinazione di che cosa debba procedere verso il meglio.

Ebbene, è a questo riguardo che, a cinquant’anni dalla sua pubblicazione, la Populorum Progressio torna ad essere di straordinaria attualità. Paolo VI è il papa che più ha aperto l’orizzonte dell’universalità della Chiesa nella stagione dei diritti umani e della globalizzazione. La cifra filosofica del documento montiniano è il realismo storico. È realista chi si rende conto che è nello sviluppo dei popoli che si gioca la pace nel mondo – celebre è rimasta la sua frase: “lo sviluppo è il nuovo nome della pace” – e che sa che lo sviluppo deve essere integrale, cioè di tutto l’uomo nelle sue molteplici dimensioni, e solidale, cioè di tutti gli uomini. Nel clima della guerra fredda che ancora si respirava nel 1967, Paolo VI mostrava che la vera cortina di ferro non era quella tra l’Est e l’Ovest, ma quella che teneva separati il Nord e il Sud del mondo, i “popoli dell’opulenza” dai “popoli della fame”.
Per questa coraggiosa e lungimirante presa di posizione, papa Montini venne accusato di complicità col marxismo, come oggi sta avvenendo con papa Francesco nella cui Laudato sì risuona l’eco dell’enciclica paolina. Ma è ormai di tutta evidenza che si tratta di accuse e critiche non solamente tese a difendere interessi di parte, ma che denunciano gravi lacune culturali in ambito sia filosofico sia economico. Quella marxiana è una teoria seria e rigorosa, ancorché non condivisibile, che nei circoli del conservatorismo cattolico raramente è stata letta o, se letta, capita.

Ma lo sviluppo non può ridursi alla sola crescita economica. È il punto centrale da annotare ai fini di quanto si dirà nei paragrafi successivi. Ancor’oggi essa è misurata da quell’indicatore a tutti noto che è il PIL –, la quale è bensì una sua dimensione, ma non l’unica di certo. Le altre due sono quella socio-relazionale e quella spirituale. Ma – si badi – le tre dimensioni stanno tra loro in una relazione moltiplicativa, non additiva. Il che implica che non è possibile sacrificare la dimensione, poniamo, socio-relazionale per fare aumentare quella della crescita – come oggi sta malauguratamente accadendo. In una produttoria, anche se un solo fattore viene annullato è l’intero prodotto che diventa zero. Non così in una sommatoria, dove l’azzeramento di un addendo non annulla la somma totale; anzi potrebbe persino accrescerla. È qui la grande differenza tra bene totale (la somma dei beni individuali) e bene comune (il prodotto dei beni individuali): è impossibile, a rigore, parlare di crescita solidale e inclusiva, mentre si può e si deve parlare di sviluppo solidale e inclusivo. In buona sostanza, lo sviluppo umano integrale è un progetto trasformazionale che ha a che vedere col cambiamento in senso migliorativo della vita delle persone. La crescita, invece, non è di per sé una trasformazione. Ed è per questo che, come la storia insegna, si sono dati casi di declinare crescendo. Lo sviluppo appartiene all’ordine dei fini, mentre la crescita, che è un progetto accumulativo, appartiene all’ordine dei mezzi.
Un apologo ironico, di autore ignoto, ci permette di afferrare il punto in questione. Un economista cercava di dimostrare che la crescita è il fattore capitale per lo sviluppo. “Questa è la legge sia dell’economia sia della natura: ogni crescita è buona in se stessa”. Tra gli uditori della conferenza si levò una mano e una voce esitante esclamò: “Purtroppo, però, la pensa così anche la cellula cancerosa”!

(2-Continua)

Stefano Zamagni

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