Il Ponte

Caccia al ‘tesoretto’ clementino

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Tutte le leggende hanno un fondo di verità. E, proprio per questo, in un territorio come quello riminese che è pieno zeppo di miti, leggende e storie, è molto divertente andare a scavare per scoprire quei piccoli frammenti di verità che le hanno generate. È quello che ha fatto Pier Giorgio Pasini, storico d’arte riminese, per quanto riguarda la storia del “Tesoretto di Santarcangelo”, che rientra tra le leggende sui tesori nascosti rinvenuti nel nostro territorio. Questa curiosa vicenda, assieme a tante altre, è raccolta da Pasini nel libro Fra Arte e Storia – Articoletti della buonanotte (ilPonte, 2018), di cui riportiamo un estratto.

“Nelle favole e nelle leggende di una volta si parlava spesso del ritrovamento di pentole piene d’oro e d’argento che potevano fare la fortuna (o anche la sfortuna) dei loro ricercatori o dei loro semplici e involontari scopritori. Come si sa, spesso anche le leggende più strampalate hanno un fondo di verità, o partono da dati reali. Così è certamente per le “pentole del tesoro” delle favole: non sono infrequenti infatti le segnalazioni antiche e moderne di tesoretti monetali fortuitamente trovati sotto terra o fra le pietre di qualche vecchio muro.

Uno di questi tesoretti è stato illustrato da Luisa Stoppioni durante una rassegna sui nuovi restauri e ritrovamenti del Museo Storico Archeologico di Santarcangelo, dal titolo “I tesori della città”. Non si tratta di un tesoretto trovato di recente, ma nel 1937, e tuttavia rimasto sconosciuto e quasi dimenticato; e non si tratta di una pentola, ma di un semplice sacchetto pieno di monete (veramente tante: più di duemila), per un peso di quasi un chilo e quattro etti; e infine non si tratta di preziose monete d’oro, ma di spiccioli cinquecenteschi di “mistura”, cioè d’argento mescolato a rame, quindi di scarso valore. Ecco la vicenda: sotto al mattone di un pavimento al piano terra di una casa in demolizione di Santarcangelo venne rinvenuto, appunto nel 1937, un sacchetto pieno di monete che fu subito nascosto dagli operai, sicuri di aver trovato un tesoro. Per quanto tenuta segreta, la notizia di questo “tesoro ritrovato” non tardò a diffondersi nel paese, e per fortuna non sfuggì al giovane Guido Achille Mansuelli, allora studente di archeologia, che si diede subito da fare perché venisse recuperato prima della sua prevedibile dispersione. Ci riuscì, e riuscì anche a ricomporlo (perché nel frattempo un centinaio di monete erano sparite) e infine a studiarlo. Le duemila e passa monete vennero così riconosciute come del secolo XVI e di varie zecche italiane; e furono affidate alla Soprintendenza Archeologica di Bologna, che le ha conservate con cura in cassaforte fino ad oggi. La dottoressa Stoppioni ora le ha nuovamente studiate, insieme a tutti i documenti che riguardano il ritrovamento, e ha presentato le sue considerazioni al convegno di Studi Romagnoli del 2005 e, più di recente, nella conferenza del Museo di Santarcangelo.

Riassumendo, si può dire che non si tratta di soldi messi da parte per costituire un “tesoro”, ma di un piccolo gruzzolo accantonato a poco a poco nel corso di almeno un quarto di secolo. Si tratta infatti di soli spiccioli (quattrini e sesini soprattutto) di poco valore, anche numismatico, che però ci danno importanti informazioni su quali erano le monete circolanti a Santarcangelo alla fine del Cinquecento: in gran parte (più di millecinquecento) marchigiane, soprattutto delle zecche di Fano e di Ancona. Particolarmente con le Marche dunque dovevano essere frequenti i rapporti e gli scambi commerciali nel mercato e nelle fiere di Santarcangelo in quel periodo.

Va rilevato che la casa in cui è stato rinvenuto questo “tesoro” era appunto nella zona del mercato: può darsi che qualche mercante o bottegaio abbia accantonato quegli spiccioli per eventuali necessità familiari. Il sacchetto sotto al classico mattone potrebbe essere stato il salvadanaio segreto della donna di casa di una famiglia modesta, tanto modesta da non potersi permettere il lusso di mettere da parte qualche moneta d’argento; oppure – e qui la fantasia può, credo legittimamente, scatenarsi – di una serva che a lungo ha fatto la “cresta” sulla spesa, e che magari per questo è stata licenziata in tronco e allontanata. Però bisogna considerare anche che in quella zona c’era un oratorio, soppresso e demolito alla fine del Settecento; si può dunque avanzare anche l’ipotesi che il sacchetto contenesse il frutto delle questue o della cassetta delle elemosine di tale oratorio, nascosto dal sagrestano o dal responsabile per scongiurare eventuali furti.

Comunque chi aveva nascosto il misterioso gruzzolo non ebbe la possibilità di ritirarlo e di usarlo: per dimenticanza, per un allontanamento improvviso, per qualche inaspettato accidente? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.

Ora aspettiamo con impaziente curiosità che questo “sacco di soldi” (appartiene per tre quarti allo Stato e per un quarto al Comune, per la ripartizione operata secondo la legge del 1937) ritorni a Santarcangelo, dove verrà affidato al nuovo bel museo cittadino come deposito. Nel 1937 il suo valore venale fu stimato (generosamente) in duemila lire, e chi lo rinvenne fu ricompensato con cinquecento lire. Va ribadito che il suo valore numismatico è molto modesto, ma che il suo valore documentario è molto alto, perché permette di aprire qualche squarcio sulla vita quotidiana di Santarcangelo in un periodo tutto sommato ancora poco conosciuto”.

 

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