Il Ponte

Una bohème della banlieu

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Al Teatro dell’Opera di Roma il titolo più amato di Puccini in un’efficace messinscena ambientata dalla Fura dels Baus in un’anonima periferia 

ROMA, 19 giugno 2018 – Uno spaccato odierno di periferia, anonima e degradata, che non ha niente in comune con la Parigi oleografica della tradizione. Palazzoni tutti uguali, come alveari di metallo in cui s’intrecciano scale di sicurezza e campeggiano le unità esterne dei condizionatori: non si può fare a meno di pensare all’insopportabile afa estiva e all’umidità invernale, a quel rigore gelido che penetra inesorabilmente nelle ossa. In uno di questi minuscoli appartamenti vivono i quattro amici bohémien: aspiranti artisti squattrinati, ma in grado – in forza della loro gioventù – di volgere in divertite schermaglie le continue difficoltà e le immancabili frustrazioni incontrate nell’affermare il proprio talento.

Dopo il successo ottenuto al Regio di Torino, dove aveva inaugurato la stagione scorsa, La bohème firmata dal regista Àlex Ollé – componente storico della Fura del Baus – in collaborazione ad Alfons Flores e Lluc Castells, autori rispettivamente di scene e costumi, è approdata all’Opera di Roma, frutto di una coproduzione fra i due teatri. Uno spettacolo costruito con intelligenza e ben assecondato dagli interpreti, anche se molto meno dalla bacchetta. Bastano pochi dettagli a delineare atmosfere odierne: lo spinello passato a Benoît quando si presenta a riscuotere l’affitto; i venditori abusivi – poi messi in fuga dai carabinieri – da cui Rodolfo compra la cuffietta per Mimì, le vistose cameriere (c’è anche un travestito) di un locale alla moda come il Caffè Momus; il clochard adagiato su una panchina e la farmacista che esce a fumarsi una sigaretta durante il turno di notte alla barriera d’Enfer. Ma a far scattare l’empatia del pubblico verso i giovani protagonisti è soprattutto la fine – straziante nella sua asciuttezza – di Mimì nel quarto atto quando, minata dalla malattia e ormai senza capelli, muore adagiata su una poltrona. La dimensione tragica affiora così in tutta la sua potenza e, nello stesso tempo, si ha la netta percezione che l’età giovanile sia inesorabilmente finita.

La bohème, primo quadro Ph Yasuko Kageyama

Nella compagnia di canto svettava il soprano rumeno Anita Hartig, dotata di voce importante e con un apprezzabile vibrato, che ha saputo ben dosare a fini espressivi. È riuscita così a delineare la profonda trasformazione psicologica di Mimì con accenti particolarmente emozionanti soprattutto nel terzo quadro. Anche il mezzosoprano ucraino Olga Kulchynska è stata una Musetta vocalmente sicura, sebbene un po’ tirata in acuto, capace di virare dall’isteria esibizionistica sfoggiata al Caffè Momus all’accorata preghiera dell’ultimo atto. Meno convincenti gli interpreti maschili. Il tenore Giorgio Berrugi, di voce gradevole anche se non sostenuta da mezzi troppo consistenti, ha delineato un Rodolfo corretto ma un po’ troppo esangue. Non sempre impeccabile il Marcello di Massimo Cavalletti sia per intonazione sia per una voce che tende talvolta a stimbrarsi. Meglio lo Schaunard di Simone Del Savio, capace almeno di mantenere una buona timbratura, mentre il Colline del basso Antonio Di Matteo ha dimostrato una certa solidità, pur con un’emissione un po’ ingolata. Matteo Peirone, qui impegnato nel duplice ruolo di Benoît e di Alcindoro (proprio come voleva Puccini), ha dato vita a due personaggi completamente diversi: fin troppo sbracato nei panni del padrone di casa e comicamente ingessato in quelli dell’anziano accompagnatore di Musetta.

I risultati alterni del palcoscenico sono comunque frutto pure della bacchetta del giovane ungherese Henrik Nánási, poco efficace nel raccordare buca e palcoscenico. Nonostante una vasta esperienza internazionale – già direttore musicale della Komische Oper di Berlino – è apparso incline a quelle letture un po’ sommarie che talvolta caratterizzano la provincia tedesca, in particolar modo nel repertorio italiano: volumi eccessivi e suono non troppo curato. La musica di Puccini è invece estremamente raffinata. E, soprattutto, richiederebbe ben altra consapevolezza sinfonica.

Giulia Vannoni

 

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