Il Ponte

Che bello scoprire che tutti si è chiamati alla santità della porta accanto

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Gioia e santità. Due parole chiave del nuovo anno pastorale 2018/19, un cammino di chiesa iniziato ufficialmente in occasione della festa di San Gaudenzo. In realtà, preceduto dalla pubblicazione della Lettera Pastorale del Vescovo Francesco Lambiasi: Vi annuncio una grande gioia. Tutti chiamati alla santità, nella quale i due termini cardine – gioia e santità appunto – comparivano sin dal titolo e dal sottotitolo dell’opera per percorrerla in modo integrale.

Gioia e santità, dunque. Ma è possibile vivere oggi un cristianesimo attraversato e segnato da questi atteggiamenti? E se sì, in quale modo? Non sono Superman i cristiani che possono incarnare oggi quel binomio, ma persone che nella quotidianità della “porta accanto”, si lasciano attraversare dalla Grazia e lasciano aperta la porta della speranza.

Pensionati, studenti, una coppia di giovani sposi, un padre che ha perso la figlia di 24 anni, un giovane prete, una donna che ha dedicato tutta la sua vita allo studio e all’insegnamento. Vera Negri Zamagni è la “prof” a cui è stato chiesto di tracciare un identikit della santità, intrecciata con la sua biografia.

Professoressa, prima di tutto le chiediamo di presentarsi.
“Sono sposata da 50 anni con il riminese Stefano Zamagni; abbiamo due figlie e quattro nipoti. Ho vissuto quattro anni a Oxford per il dottorato e poi, avendo iniziato il lavoro accademico, direi che ho vissuto altre venti stagioni sui treni: Venezia, Firenze, Cassino, Bologna, dove attualmente abito, e poi Rimini, Forlì.
Per cinque anni sono stata al CNR e per sei al consiglio scientifico della Treccani; ho fondato una rivista internazionale e ho fatto parte di commissioni e progetti di ricerca; ho scritto saggi su svariati contesti e non mi sono fatta mancare l’impegno in Regione come vice presidente della giunta; poi gli incarichi presso la CEI e diverse associazioni di volontariato di cui tuttora mi occupo”.

Qual è stata e qual è la scaturigine da cui nasce questo suo impegno?
“L’obiettivo di non sottrarmi alle chiamate di apporto del mio piccolo contributo. Non ho mai cercato nuove sfide ma quando mi si sono presentate non ho detto «sono inadeguata» oppure «ho altro da fare» o «è troppo lontano». Dal Vangelo ho imparato che non si mette la lampada che si possiede sotto il moggio, ma sul tavolo perché faccia luce”.

E cosa ha sostenuto il suo cammino anche nei momenti di difficoltà?
“Certamente la grazia di Dio, perché dà tranquillità e sicurezza, e il sacramento del Matrimonio che serve non per coronare una vita già fatta, ma per costruire la vita stessa”.

Due parole, gioia e santità, rappresentano il DNA dell’esortazione apostolica di Papa Francesco Gaudete et Exultate. Cosa le suggerisce questo binomio?
“Innanzitutto che la testimonianza della fede è gioia, come ci testimoniano i santi canonici e «quelli della porta accanto», e che i lamenti su come sia difficile vivere il cristianesimo oggi sono del tutto fuori luogo, perché nella storia si sono sempre ripetuti momenti bui. Sant’Agostino, nel bel mezzo delle invasioni barbariche, esortava i suoi amici a cambiare la propria vita per evitare il lamento reciproco. Spesso noi ci comportiamo come lo stolto del proverbio cinese: quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito, come dire che tante volte vediamo le difficoltà e puntiamo tutto su di esse piuttosto che richiamarci a qual è l’obiettivo. Non è vero che nel passato si stava meglio”.

Ha citato Agostino, uno dei santi più conosciuti. Può proporci qualche altro nome che documenti il percorso della gioia e dell’impegno?
“Ambrogio, ad esempio, una delle personalità più importanti del IV secolo, e Marcellina, sconosciuta ai più, che oltre ad essere sua sorella fu anche sua educatrice e che proprio Ambrogio per primo definì «santa». Per citare un altro accostamento interessante nominiamo un dottore della chiesa, Ildegarda di Bingen, nobile di nascita, monaca benedettina, fondatrice, esperta di musica, di medicina e di politica tanto da sfidare l’imperatore Federico Barbarossa, e una serva, santa Zita, figlia di poveri contadini lucchesi che, ancora bambina, andò a servizio presso una ricca famiglia dove restò fino alla morte. E ancora la regina Margherita di Scozia, moglie istruita dell’analfabeta Malcom III, da cui ebbe otto figli, e la maestra Francesca Saverio Cabrini che si imbarcò sul piroscafo per la prima volta nel 1889 per assistere gli emigranti italiani a New York; per 28 volte traversò l’Atlantico fondando scuole, orfanotrofi, opere di carità e difendendo i diritti dei più deboli nel Nuovo Mondo. L’elenco sarebbe infinito”.

Una bella varietà di umanità e carismi.
“Sì, sono santi laici e religiosi, maschi e femmine, ricchi e poveri; c’è posto per tutti senza discriminazione. Il cristianesimo non è monocorde, non produce modelli astratti di comportamento a cui conformarsi. Le civiltà ad esso ispirate sono state in grado di migliorare la vita di molti perché capaci di coinvolgere tutti e di generare il bene in qualunque contesto, senza trascurarne alcuno. C’è posto per tutti, perché Dio è attento ai particolari come ci insegna il n. 144 dell’esortazione”.

Può sottolineare questa riflessione circa i particolari?
“È noto che istituzioni e costumi sono quelli che determinano il destino di una società, determinano persino le sue tecnologie, il modo con cui essa procede dal punto di vista dello sviluppo economico. Finché ci saranno testimoni di Cristo, e sarà loro possibile testimoniare anche nei luoghi più sperduti del mondo, pur sottoposti agli attacchi del maligno, sarà possibile offrire organizzazioni sociali più inclusive e vivibili”.

Rosanna Menghi

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