Il Ponte

Bellini e i paesaggi dell’anima

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Ottanta anni vissuti in punta di pennello. Esercitando una pittura “onesta e pulita… alimentata dalla sana tradizione e dalla ricerca, non bislacca, del nuovo”, come ebbe a definirla il suo maestro, l’artista riminese Luigi Pasquini. Le pennellate di Giorgio Bellini non sono conservatrici, nel senso deteriore del termine.
Un bell’esempio lo si ha nella mostra ospitata fino al 9 dicembre presso la Galleria dell’Immagine di Rimini (ingresso gratuito). “Nell’animo della raffigurazione”, il titolo dell’esposizione, propone paesaggi degli anni Novanta e Duemila, quelli più rarefatti, con gli scorci della Valmarecchia quasi insondabili, eterei, che possono essere persino scambiati per luoghi dell’anima.

La mostra è stata allestita In occasione dei suoi 80 anni (da poco festeggiati) e dei 60 di attività artistica, ed è accompagnata da un importante catalogo (Pazzini editore), curato da Raffaele Milani e dal critico Luca Cesari, che da anni segue e accompagna l’evoluzione artistica dell’artista.
Bellini è uno dei più grandi pittori riminesi viventi. Un’artista capace di ricevere premi e riconoscimenti un po’ ovunque, mai banale e capace di inseguire e regalare con la tavolozza suggestioni e domande.

Le “visioni velate” sono la cifra dell’ultimo periodo artistico del pittore della Valmarecchia. Questa peculiarità tutta belliniana è una poetica della cosiddetta velatura, ideale “cerniera” tra paesaggio interiore ed esteriore, considerando la realtà evidente un elemento non vincolante per l’espressione artistica.

“Un’azione pittorica lenta e misurata”, secondo la felice espressione del critico Alessandro Giovanardi, capace di portare alle estreme conseguenze le caligini da anni sempre più spesse e ricercate nella pittura del Bellini. La poetica della “velatura” del paesaggio si estenua fino ad assumere in sé l’irriconoscibilità come valore poetico nuovo e definitivo: l’elemento paesaggistico tradizionale viene volutamente sottoposto a un’operazione di occultamento storico e geografico, per cui la dialettica di visibile-invisibile s’accresce del contrasto tra radicamento e spaesamento.

Nato a Vergiano nel 1937, Bellini da tempo vive a Corpolò, in Valmarecchia.

“I miei amici più grandi mi parlavano di Alberto Marvelli e dicevano: arriva l’ingegnere. Saliva a Vergiano in bicicletta. – racconta – Giocavamo con un pallone di stracci, un giorno arrivò in campo un pallone vero e proprio: ce l’aveva regalato il futuro beato”.

La passione artistica in Bellini è innata, ma è stata riconosciuta e spinta da Luigi Pasquini. “Disegnai una natura morta coi 18 lunghi pastelli regalati dal preside Edgardo Perini. – racconta ancora Bellini – Prima di andare a scuola o dopo la messa, disegnavo cipressi sulla scalinata di Vergiano. Pasquini trascorreva l’estate a Vergiano, e partecipava alla messa domenicale. Vedendomi disegnare, domandò al parroco, don Armando Zaccagni, chi era il chierico che disegnava. Don Armando ci presentò, diventammo amici e mi diede lezioni e fornì strumenti”. L’iscrizione all’Accademia fu una conseguenza naturale: si diplomò alle Belle Arti di Roma.

Con la sua arte, Bellini ha attirato negli anni l’attenzione di molti intenditori d’arte: Luigi Pasquini, Enzo Dall’Ara, Gerardo Filiberto Dasi, Luca Cesari, Vittorio Sgarbi, Antonio Paolucci, Gabriello Milantoni, Bianca Arcangeli, solo per citarne qualcuno.

Pittore e scultore, maestro accademico, dal 2004 è cavaliere Ufficiale Commendatore dell’Ordine della Repubblica Italiana. Membro di numerose accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, nel 2008 gli è stata conferita l’onoreficenza di Maestro Accademico dalla Pontificia Accademia di Roma – Istituto di Cultura universitaria e di Studi Superiori. Nel 2018, dopo aver ricevuto il titolo di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, è stato nominato Accademico d’Onore dall’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, l’Accademia artistica più antica del mondo.

Ha esposto in innumerevoli mostre, sia personali sia collettive, in Italia e all’estero. Sue opere sono conservate nell’Archivio della Biennale di Venezia, in Biblioteche Nazionali, in Musei d’Arte (da Città del Vaticano ad Ancona e Bucarest), oltre che in numerose raccolte e collezioni pubbliche e private, in Italia e all’estero. Il suo nome figura in numerosi repertori e dizionari dell’arte del ‘900 italiano.

Il paesaggio che prende “forma” sotto le sue pennellate sembra sempre più disancorato dalla realtà, e ormai del tutto interiore e spirituale. Una “nebbia” che non sembra la metafora inquietante della morte e dell’ignoto, quanto piuttosto un cammino verso la luce da affrontare con fiducia e gioia. I suoi trasognati orizzonti pittorici ribadiscono un orizzonte di vita. Bellini “dipinge un paesaggio ormai del tutto interiore e spirituale, disancorato dai lacci più stretti della realtà” aggiunge Giovanardi.

“L’Arte nasce con l’uomo, armonia e voce dell’anima, nel cogliere l’opera di Dio. – ha scritto Bellini – Se tale, sempre sarà un meraviglioso messaggio d’amore, luce di libertà, fede”.

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