Il Ponte

Ariosto musicato da Vivaldi

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Al Teatro Malibran di Venezia è andato in scena Orlando Furioso, gioiello barocco diretto da Diego Fasolis e con un apprezzabile cast  

VENEZIA, 21 aprile 2018 – Assuefatti al barocco, ormai proposto anche nelle sue declinazioni più di nicchia e meno accattivanti, l’ascolto dell’Orlando furioso sorprende con la sua piacevolezza. L’opera composta da Vivaldi nel 1727 non ha niente da invidiare ai tanti titoli successivi entrati in repertorio: merito, soprattutto, di una varietà musicale che – una volta tanto, per melodrammi di quel periodo – non si riduce unicamente ad una successione paratattica di arie, ma prevede anche brani d’insieme e, soprattutto, disegna personaggi con un certo spessore psicologico, che la bellissima musica sa valorizzare in modo efficace. A monte del libretto, poi, ci sono le avventure del paladino Orlando immortalate dall’Ariosto (solo quelle amorose perché è sparito ogni riferimento alla guerra santa fra cristiani e musulmani): sebbene la versificazione di Grazio Braccioli non sia certo all’altezza dell’originale, si può comunque contare sulla complicità del pubblico per seguire il fantasioso approdo dei sette personaggi nel giardino della maga Alcina.
Lo spettacolo visto al Malibran di Venezia proveniva dal Festival della Valle d’Itria, dove ha debuttato la scorsa estate, con la regia di Fabio Ceresa, che mescola elementi comici a trovate ironiche (dalla spiritosa liberazione di Bradamante dai suoi abiti maschili, nel tentativo di recuperare la propria identità femminile, agli sforzi per rendere più sottile e, dunque seduttivo, il giro-vita di Alcina) funzionali a una certa giocosità musicale. Massimo Checchetto ha realizzato una scena che riesce a focalizzare gli snodi cruciali della vicenda, a cominciare dal divertente ippogrifo azionato da due mimi (appartenenti al collettivo Fattoria Vittadini, figuranti anche in numerose scene), mentre i costumi di Giuseppe Palella rappresentavano una sorta di evanescente rivisitazione mentale della sontuosità barocca.

Sonia Prina © Festival della Valle d’Itria

Quando Orlando furioso venne riscoperto quarant’anni fa, a decretarne il successo ci furono straordinari interpreti, con al vertice una leggendaria Marlyn Horne. Oggi sarebbe impossibile replicare quei fasti vocali, legati a una stagione forse irripetibile: quello che si è perso sul versante canoro, però dovrebbe esser guadagnato in termini di accuratezza filologica. A Venezia è successo solo parzialmente. Nel giovane e ben amalgamato cast il ruolo del paladino era ricoperto da una veterana come Sonia Prina, che è venuta a capo delle colorature della sua impervia scrittura nonostante una percepibile usura vocale, disegnando un protagonista convincente sul piano espressivo, capace di passare dalla tracotanza alla follia. È però Alcina, archetipo della seduttrice crudele e senza scrupoli, il personaggio con il maggior numero di arie e recitativi accompagnati: Lucia Cirillo è stata una maga sfaccettata, più abile nel trasmettere le sue subdole intenzioni che il furore. Nel cast spiccava Francesca Aspromonte, una Angelica quanto mai seduttiva sul piano vocale per la solidità dei mezzi, sempre ben gestiti. Apprezzabile anche la giovane Loriana Castellano, una Bradamante disinvolta in scena e precisa vocalmente. Dei tre ruoli maschili, due erano sostenuti da controtenori: il bravo Carlo Vistoli è stato un convincente Ruggiero, personaggio che nel primo atto canta una delle arie più belle, Sol da te mio dolce amore, accompagnata dal traversiere (strumento pressoché sconosciuto all’epoca); Raffaele Pe, nei panni di Medoro, ha avuto invece qualche sbandamento d’intonazione. Corretto il baritono Riccardo Novaro, seppure non proprio a suo agio nel registro grave di Astolfo.
Punto di forza dell’esecuzione è stato Diego Fasolis che, pur alla guida degli strumentisti del Teatro La Fenice e non di specialisti del barocco, ha ottenuto un buon equilibrio fra buca e palcoscenico, con sonorità piene e scorrevoli, sempre appaganti. Non si capiscono però le ragioni dei tagli effettuati (ogni personaggio è stato privato di un’aria) e di una vera e propria riscrittura drammaturgica, con il terzo atto ridotto a pochi minuti: magari l’intento era quello di rendere meno faticosa la fruizione al pubblico odierno, forse insofferente ai lunghi ascolti, ma – data la bellezza della musica – c’è da chiedersi se ne valesse la pena.

Giulia Vannoni

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