Il Ponte

Fame di vita

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Elena-Morigi-anoressia

Difficile dire come sia cominciato. Elena Morigi, riminese, ha 15 anni, frequenta il liceo con ottimi risultati, ha una famiglia unita e i grilli per la testa di una normale adolescente. Ha sempre mangiato di tutto sin da piccola e sempre con molta serenità. Non c’è un “big bang” ma Elena finisce in un vortice. Tremendamente avvolgente. Si chiama anoressia, un disturbo alimentare che la prende alla gola e rischia di portarla alla morte. Ci sono voluti quattro anni per riconoscere la malattia e intraprendere un percorso di salvezza. Oggi Elena, 25 anni, è una persona nuova, ostetrica e con la vita nelle mani.

Quando è iniziato tutto?
“Nessun evento scatenante. Solo il desiderio di perdere qualche chiletto in vista dell’estate. E così mi sono ammalata. Sì, perché l’anoressia, come gli altri disturbi alimentari (bulimia, binge eating…), è una vera e propria malattia anche se mi ci sono voluti anni di terapie per riuscire a darle questo nome. All’inizio preferivo definirla «problema» poiché ero abituata a definire malattie le patologie che si curano solo con le medicine”.

Come si finisce per non mangiare più?
“È cominciato nel 2005. In principio piccoli cambiamenti alimentari, ho eliminato i dolci e i cibi più calorici. Nessun digiuno assoluto, nessun pasto saltato. Non vomito. Non do troppo nell’occhio. Inizio a perdere qualche chilo e poi anche qualcuno di troppo, ma così lentamente che chi vive con me fatica ad accorgersene. Nel frattempo mi faccio più silenziosa, più chiusa, inizio ad evitare gli amici e le uscite del sabato sera, divento tutta casa e scuola.
Camminare inizia a piacermi, o meglio non posso farne a meno. Vado a scuola a piedi, torno da scuola a piedi, sempre, con qualsiasi tempo. Nei giorni festivi, poi, il tempo dedicato all’attività fisica aumenta,… Il ciclo mestruale scompare.
Non mi rendevo conto che questi pensieri non sani, che si traducevano in azioni non sane, si stavano letteralmente impossessando di me. Più passava il tempo e più i tratti patologici peggioravano. Ero sempre meno lucida, sempre meno me. Ogni giorno ero costretta a camminare un po’ di più del giorno precedente, ogni settimana a pesare un po’ meno della precedente.
Dentro di me c’era un’altra me che mi stava schiacciando, limitando, soffocando, che mi ha chiuso gli occhi e rapito la mente obnubilando qualsiasi forma di ragionevolezza. E io non me ne rendevo conto”.

Mangi meno, cammini di più, cambi abitudini. Intorno a te nessuno ha notato nulla?
“Parenti, amici, insegnanti si rendono conto che la situazione mi sta sfuggendo di mano e cominciano, ciascuno a modo suo, a farmelo capire: chi diventa opprimente e indagatorio (tipico ruolo del genitore), chi mi guarda storto, chi mi ignora, chi fa battutine sgradevoli. Devo sempre elaborare sotterfugi e inventare scuse”.

Arriva il primo ricovero ospedaliero.
“Tra alti e bassi siamo ad inizio 2009 e si avvicina l’esame di maturità. La scuola è sempre proseguita regolarmente. Da qualche mese sono maggiorenne. Arriva la diagnosi: «anoressia nervosa di tipo restrittivo». Inizia un percorso all’interno dell’Ausl di Rimini che prevede periodici incontri con dietista, psichiatra, medico internista e incontri di terapia familiare. Non ero consapevole di essere malata e di aver bisogno di aiuto, ma tutti intorno a me sembravano del parere opposto e allora…
Nonostante la presa in carico da parte dell’équipe territoriale, in pochi mesi la situazione precipita. Arrivo a pesare 38 kg. In tre anni ne ho persi oltre 20. Mai un cedimento, mai neanche un banale svenimento. Mi convincono ad un breve ricovero (10-15 gg) presso l’ospedale di Riccione per fare della nutrizione parenterale. Obiettivo: poter affrontare più in forze l’esame di maturità”.

Cosa hai provato durante quei giorni?
“Preferisco astenermi dal raccontare nel dettaglio l’inferno di quei giorni interminabili. Mi sento in gabbia. Mi viene impiantato un catetere venoso centrale dal quale vengono infuse le sacche di nutrizione parenterale (forse troppo rapidamente, tanto che mi gonfio come un pallone). In quei giorni non ho mai incontrato alcun membro dell’équipe di riferimento. Forse l’unico momento in cui mi sono sentita morire.
Prima della dimissione mi viene impiantato un altro catetere venoso periferico per continuare le terapie a casa. Subisco in silenzio, ma per fortuna questa tortura dura poco. Cateteri occlusi e rimossi (sono libera!), ma le cicatrici le conservo tutte.
Esplode una sindrome ossessivo-compulsivo con la comparsa di pensieri ossessivi associati a fissazioni come il lavarsi continuamente le mani per evitare di essere contaminata, allineare perfettamente gli oggetti sulla scrivania, accendere e spegnere ripetutamente le luci di una stanza prima di uscire da essa, studiare solo in piedi perché stare seduti fa ingrassare, controllare ossessivamente il corpo mediante il body checking”.

Però hai proseguito il percorso ambulatoriale.
“Inizio ad accettare il fatto che qualcosa non va. Mi viene proposto il ricovero in una struttura residenziale specializzata nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. All’idea di chiudermi in un reparto d’ospedale rifiuto: voglio portare avanti la mia vita, ce la faccio da sola.
Inizio l’università e, dopo un anno di Farmacia, riesco a superare il test di ammissione ad Ostetricia. Grande felicità. Non desideravo altro. Ostetrica, come la mia nonna.
Ho 20 anni, per qualcuno l’età più bella della vita! In casa credono di avere un fantasma. La comunicazione è pressoché inesistente, soffriamo tutti in silenzio, ho perso la fiducia dei miei genitori, le loro parole sono vuote, non mi arrivano. Io sono certa di farcela da sola.
La pelle è secca, i capelli cadono, ma le analisi del sangue sono perfette. Sono adrenalinica. Cerco di sembrare collaborativa: prendo un chilo e ne perdo mezzo, ne prendo un altro e ne perdo due…è un tira e molla continuo. L’altra me è schiacciante.
I miei genitori si fanno spettatori della morte della figlia. Anche i medici che mi hanno in cura stanno a guardare e, nonostante le precarie condizioni psico-fisiche, non viene preso alcun provvedimento. Sto mettendo in scena una bella tragedia.
Porto a termine il primo anno di studi di Ostetricia con ottimi risultati ma con immensa fatica.
Poi, all’improvviso, getto la spugna. Non capisco come sia potuto succedere, cosa sia scattato dentro me. È una sera di inizio settembre. Riesco a dire basta a questo inferno: e ricovero sia. È stata come un’illuminazione.
Immediatamente vengono presi i contatti con la clinica, tre giorni dopo la prima visita. «Perché vuoi morire?» mi chiede lo psichiatra appena entrata in ambulatorio. La risposta è nelle lacrime. Salto ogni lista d’attesa e vengo ricoverata il giorno successivo: la mia situazione è talmente grave che se mi avessero messo in lista di attesa non so se mai sarei arrivata al ricovero. Via a casa a preparare le valigie. Un pomeriggio per preparare un viaggio lungo cinque mesi, destinazione: ospedale psichiatrico «Villa Maria Luigia», Monticelli Terme (PR). È il 9 settembre 2011”.

Rifiutavi il ricovero, hai trascorso mesi in clinica, hai continuato ad essere seguita. Mai pentita della scelta?
“Dalla sera in cui ho accettato il ricovero non mi sono mai più pentita della scelta: avevo finalmente raggiunto la consapevolezza di non poter affrontare da sola quanto mi stava accadendo.
Il percorso lontano da casa, separata dalla mia famiglia, è stato estremamente duro soprattutto durante il primo mese. I medici possono fare di tutto per curarti, ma se tu non collabori tutti gli sforzi restano vani. Poi pian piano mi sono ambientata, ho cominciato a fare amicizia con gli altri ragazzi, mi sono fatta forza sul gruppo, ho cominciato a vedere i terapeuti non più come nemici, ma come amici.
Se sono viva il merito è dell’équipe della clinica specializzata che ha accettato di prendermi in carico anche se, in base alle mie condizioni fisiche, sarebbe stato più appropriato un ricovero in un reparto di terapia intensiva.
Soltanto durante il ricovero in clinica ho compreso davvero  di avere una malattia molto complessa che prosciuga corpo e anima. L’anoressia ti spegne, ti toglie qualsiasi desiderio, ti costringe a fare i conti con la depressione. Una anoressia di vita”.

Sei “tornata” nel mondo. Con quale spirito?
“6 febbraio 2012: dopo due mesi di ricovero e tre mesi di day hospital vengo dimessa. Ho una paura fottuta di tornare nel mondo, lì ho vissuto sotto una campana di vetro. Però a casa mi aspettano, mi attendono i miei studi che voglio assolutamente portare a termine. L’altra me si è ridimensionata, l’Elena vera è cambiata, cresciuta, maturata. Devo fare i conti con una terza me. Ecco l’inizio della mia seconda vita: sono letteralmente rinata. Attenzione, non sono guarita, troppo tempo ci vorrà, ma mi sono regalata la possibilità di vivere ancora. E questo è il regalo più bello che mai potessi farmi.
In soli quattro anni penso di aver vissuto più di quanto non abbia fatto in tutto il resto della vita. Mi sono laureata, sono un’ostetrica e ne vado fiera: una professione di cui sono innamorata, e che per me rappresentata una potente medicina. Osservare quotidianamente «la Vita», accarezzarla, prendermene cura, capire che non è un qualcosa di astratto, ma qualcosa di tangibile”.

Anche nella tua famiglia.
“17 agosto 2014: ho potuto assistere alla nascita di mia cugina. Un’emozione indescrivibile.
Lasciare da parte la malattia mi ha dato la possibilità di riallacciare le relazioni che con il tempo erano andate sgretolandosi, ho viaggiato, vissuto nuove esperienze, Ma non ho mai smesso di farmi aiutare e non intendo farlo. Fidarsi, affidarsi e accettare di guardarci dentro, alle difficoltà. È faticoso. Ma la psicoterapia è stata in questi anni – ed è tuttora – fondamentale per continuare il lavoro su di me, per riconoscermi unica vera protagonista della mia vita e per insegnarmi l’importanza del prendermi cura ogni giorno”.

Miracolo nel miracolo: un’amicizia più forte della malattia.
“S. è la figlia di una cara amica, V. Anche V. ha combattuto per anni la sua battaglia contro i disturbi del comportamento alimentare. Un passato comune, una grande sofferenza, la paura di non riuscire a venirne fuori. Ci siamo incontrate tre anni fa e presto è arrivata la gravidanza tanto attesa. Lei sapeva che se avesse voluto io ci sarei stata. E così è stato. Oggi so qual è il cammino che voglio continuare ad intraprendere, so per cosa vale la pena lottare, so che stringere la Vita è essere fermamente convinta che c’è qualcosa che mi sta aspettando, che arriverà qualcosa di ancora più speciale prima o poi! Come dice San Francesco, «Un solo raggio di sole è sufficiente per cancellare milioni di ombre»” .

a cura di Paolo Guiducci

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