Il Ponte

Amore è giustizia

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Era il 1974 ed ero a Coriano nella prima casa famiglia aperta dalla comunità. Con me c’erano Ida, Mariano e Andrea. Lo Spirito soffiava forte e noi eravamo coscienti di iniziare una grande storia di accoglienza e fraternità, che sarebbe, negli anni, per il carisma di don Oreste e la disponibilità di tanti giovani, arrivata fino ai confini del mondo.

Ma non c’era giorno che don Benzi non ci mettesse in allarme dall’autocentrarci come salvatori del mondo: “Quel che facciamo, l’accoglienza che diamo, è solo un segno, un dono che il Signore ci ha fatto per tutta la Chiesa. Il nostro impegno è perché ogni comunità, ogni parrocchia, si interpelli e si faccia famiglia con i più poveri”.

Fu questa la motivazione profonda per cui, dopo un anno di ricchissima esperienza, tornai alla mia comunità parrocchiale e lì proposi la nascita di una casa famiglia, che, poi nel 1979, divenne il primo “pronto soccorso per bambini”, a San Lorenzo di Riccione, dove al carisma di don Oreste si assommava la disponibilità generosa di due ragazze riccionesi della comunità di San Martino, e la carità concreta di tutta una parrocchia, che avvertiva quella come la “sua casa” privilegiata, con un via e vai di volontari che coprivano tutte le necessità.

Sul rapporto Comunità Papa Giovanni e territorio forse sarebbe utile, per tutti, aprire oggi un confronto, una verifica.

Tornato alla mia comunità, mantenni un rapporto stretto con la Papa Giovanni, partecipando per qualche anno alla Commissione Giustizia. Don Oreste l’aveva chiaro: occorre rimuovere le cause dell’ingiustizia. Solo questo è vero amore. Certo, accogli il povero che è nel bisogno, ma subito, insieme con lui, lotti per rimuovere le cause che hanno prodotto la sua condizione. Così i primi anni segnarono un forte impegno “politico”: la lotta per la chiusura degli istituti, l’affido familiare, il lavoro per gli handicappati, il loro inserimento nella società, le barriere architettoniche. Ma nel tempo il carico si è allargato a tante nuove povertà e bisogni, che la vita ha fatto incontrare. L’immensa disponibilità del cuore di don Oreste e dei suoi figli verso i nuovi poveri, si è così espressa in mille modi nello “stare accanto”, nel condividere, nel “fare”. Il rischio è di non aver più tempo per elaborare, proporre, approfondire le situazioni, avere la stessa vivacità “culturale” (importante sempre, ma ancor più oggi). Ogni giorno occorre tornare all’intuizione che amore e giustizia camminano insieme. La comunità è giustamente molto amata, per l’immensa mole di bene che fa, ma il suo dono più grande è essere fedele alla sua identità. Ne abbiamo bisogno tutti.

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