Il Ponte

Al servizio del racconto per altre meraviglie

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Rose (l’esordiente Millicent Simmonds) vive nel New Jersey nel 1927 (la Grande Depressione è dietro l’angolo e il cinema sta vivendo il passaggio epocale dal muto al sonoro), il suo mondo è in bianco e nero e senza suoni, non può udirli e il suo unico conforto è rinchiudersi al cinema per seguire i film con Lillian Mayhew (Julianne Moore). Anche Ben (Oakes Fegley) non può sentire, per via di un bizzarro incidente, ma il suo mondo è a colori, siamo nell’America del 1977 e il ragazzo, orfano di madre, fugge dal nativo Michigan verso New York, alla ricerca di un padre mai conosciuto. Todd Haynes, il regista di Lontano dal Paradiso e Carol, incrocia la fantasia di Brian Selznick (l’autore di Hugo Cabret, opera che ha suscitato l’interesse di Martin Scorsese) che adatta per il regista il suo graphic-novel, intrecciando un raffinato e coinvolgente gioco ad incastri tra epoche differenti, con due anime destinate ad incontrarsi in modo sorprendente, con il cinema che diventa “stanza delle meraviglie” (o Wonderstruck come recita il titolo originale, ovvero gli armadi pieni di ogni tipo ci cosa, antenati dei moderni musei) capace di contenere emozioni mentre i protagonisti vivono reciproche esperienze di ricerca nella “Grande Mela” (anche Rose vi è arrivata per ritrovare la “sua” attrice ed il fratello), verso una rivelazione finale emozionante.
Tra il bianco e nero del passato e il colore stile seventies del presente, il film è una piacevole sorpresa che piacerà anche ad un pubblico di giovanissimi predisposti a viaggiare nell’esperienza di un cinema di cuore, dove occorre indirizzare lo sguardo verso l’alto (non pochi i riferimenti al cielo e alle stelle), o meglio, verso lo schermo, per scoprire le “meraviglie” di relazioni apparentemente così distanti nel tempo eppure più vicine di quanto si pensi.

Il Cinecittà di Paolo Pagliarani

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