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Aida sul computer

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Nello spettacolo del Comunale di Bologna, nato per lo Sferisterio di Macerata, il dramma psicologico esaltato dalla scenografia essenziale

BOLOGNA, 21 novembre 2017 – Nell’Aida 2.0 non ci sono elefanti né portantine o schiavi che agitano flabelli. Nessun eccesso, ma tutto all’insegna del più rigoroso minimalismo. L’impianto scenico concepito da Edoardo Sanchi appare come un grande computer portatile aperto, che occupa l’intero spazio: al suo interno si muovono i personaggi, piccoli e sperduti, in modo da trasmettere una sensazione di solitudine e difficoltà a comunicare. Invece, la parte che funge da schermo – forse una versione aggiornata delle tavolette degli scriba – viene sottoposta a continue variazioni cromatiche, scandite dai disegni stilizzati e dalle scritte di Francesca Ballarini: una sorta di parole-chiave, con qualche didascalismo di troppo, per puntualizzare un particolare momento drammaturgico. La sensazione è quella di un Egitto mentale, reso ancor più suggestivo dagli affascinanti costumi di Silvia Aymonino, che risaltano nella spoglia cornice. Così come il balletto, affidato alla compagnia di ballo Artemis Danza, con l’atletica coreografia di Monica Casadei, ben valorizzata dal contesto scenico. A lasciare perplessi, invece, è la somiglianza di Aida con una certa iconografia di Nefertiti (ma la protagonista dell’opera non è una principessa etiope?), forse più adatta alla rivale Amneris: lei sì, figlia di faraone.

Lo spettacolo del Comunale di Bologna – penultimo titolo della stagione 2017 – nato per lo Sferisterio di Macerata, con la regia di Francesco Micheli, punta sulla sottrazione: sicuramente un aspetto positivo, tenuto conto che Aida è forse il titolo verdiano su cui i registi si sono avventurati con il maggior accanimento, quasi sempre procedendo per accumulo. Concepita per celebrare un prodigio della tecnica come l’apertura del canale di Suez, nel 1869, e andata in scena oltre un anno dopo, questa Aida contemporanea – per mantenere un’eco della fascinazione tecnologica – si affida all’oggetto forse più iconico di oggi: il tablet, utilizzato di frequente dai personaggi. Del resto, anche gran parte del pubblico usa, e con notevole soddisfazione, il proprio smatrphone per leggere i versi del libretto di Ghislanzoni: e meno male che i caratteri sono bianchi su sfondo nero così il fastidio legato all’impatto luminoso è minimo.

Una cornice visiva essenziale ha il pregio di lasciare la musica protagonista assoluta. Peccato che Frédéric Chaslin, alla guida dell’Orchestra del Comunale, non abbia colto l’occasione: nella sua lettura latitava soprattutto la dinamica. Una scelta poco adatta a un’opera che fonde i momenti collettivi e un po’ trionfalistici del grand-opéra ai numerosi primi piani psicologici che scandagliano risvolti intimisti. Il direttore francese ha puntato su un generico mezzoforte, mai particolarmente invasivo, in modo da non ostacolare i cantanti, ma che dava una certa sensazione di piattezza. Protagonista una evanescente Monica Zanettin, corretta senza essere però mai incisiva. Al suo fianco Antonello Palombi ha interpretato un Radames dall’emissione un po’ stentorea e non troppo incline alle sfumature, anche laddove era richiesta maggior raffinatezza. Un’adolescente un po’ viziata è l’Amneris di Nino Surguladze: sicura ma dalla dizione poco nitida, a discapito degli accenti verdiani. Convincente ed espressivo l’Amonasro di Dario Solari, mentre appariva limitato vocalmente il Faraone di Luca Dall’Amico. Un efficace Ramfis quello di Antonio Di Matteo e apprezzabili i brevi interventi di Cristiano Olivieri, il messaggero, e di Beth Hagermann, la sacerdotessa. Se la cava dignitosamente il coro, preparato come sempre da Andrea Faidutti, nonostante venga schierato anche sui due lati della platea: posizione tutt’altro che felice per garantire il buon equilibrio vocale. Il pubblico, formato per lo più da neofiti, ha dimostrato comunque di gradire. Del resto Aida è forse il titolo più emblematico e dotato di maggior attrattiva dell’intero repertorio lirico. Anche per chi all’opera non va mai.

Giulia Vannoni

 

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