Il Ponte

Accoglienza facciamo il punto

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Nella serata di giovedì 26 giugno, si è svolto a Santarcangelo un incontro sul piazzale della Chiesa Collegiata per festeggiare i sette mesi da quando la famiglia Hysan (il capofamiglia Abdo, la moglie Samar, i due figlioletti e la suocera) è arrivata in Italia attraverso i corridoi umanitari. L’appuntamento, a cui erano invitati i parrocchiani, le istituzioni e la cittadinanza tutta, è stata anche l’occasione per fare il punto della situazione.

Nonostante il caldo torrido, hanno aderito circa un centinaio di persone.

Don Andrea Turchini ha iniziato con la proiezione di alcune fotografie scattate in questi mesi: il momento dell’arrivo, la gita scolastica dei bimbi assieme ai compagni della scuola materna, alcuni frammenti di vita quotidiana, cene tra amici, incontri e momenti di svago. Sono seguite alcune brevi testimonianze, a nome di tutti coloro che – più o meno apertamente, o addirittura nell’ombra – hanno partecipato all’organizzazione di questa accoglienza: dai preparativi prima dell’arrivo all’arredo dell’abitazione, dalla ricerca dei beni di prima necessità e dal disbrigo delle pratiche burocratiche all’iscrizione dei bimbi a scuola.

È stata Valentina a rompere il ghiaccio: “Io, mio marito e mia figlia conosciamo Abdo e la sua famiglia dalla sera del 30 novembre dell’anno scorso, quando sono arrivati. Eravamo lì in quel momento e non ci siamo più lasciati. Tra noi è nato un legame di amicizia sincero, nonostante le difficoltà della lingua. Non passa giorno che non ci sentiamo, e prendere un thè o fare una passeggiata assieme è ormai una bellissima abitudine”.

Nicoletta ha raccontato di come l’arrivo di questa nuova famiglia abbia arricchito la propria vita. “Ho pensato fosse un’occasione imperdibile per mettermi in gioco, per incontrare e accogliere Gesù attraverso le persone che il Signore ha voluto mettere sulla mia strada”.

Dopodiché, proprio Nicoletta è stata incaricata di leggere la testimonianza anche di chi, mesi fa, ha messo a disposizione gratuitamente l’appartamento per ospitare la famiglia Hysan: “ Non abbiamo realizzato nulla di speciale. Anzi, siamo sicuri che ci sono persone che si adoperano quotidianamente e che certamente hanno fatto, e stanno facendo, molto più di noi. Ci saremmo sentiti in colpa se, ascoltata la necessità, non avessimo detto quel sì”.Mara, che forse più di ogni altro ha assistito tutti i componenti della famiglia siriana durante gli accertamenti medici e che è stata accanto a Samar durante l’ultimo periodo della gravidanza (in gennaio è nata a Rimini l’ultimogenita della famiglia Hysan), ha vissuto l’arrivo della piccola Luna quasi come un componente della famiglia: “ Non mi hanno fatto entrare in sala parto, ma ero fuori in attesa con Abdo e – ha detto visibilmente commossa – ho potuto abbracciare subito quella nuova vita che ha dato forma e nome alla speranza”.

Un’altra famiglia

Tra gli intervenuti c’erano anche alcune persone della frazione di San Vito. È lì, infatti, che da qualche tempo è arrivata una seconda famiglia proveniente dallo stesso campo profughi in Libano. Si tratta della giovane sorella di Abdo (vedova) e dei due figli, anche loro arrivati in Italia tramite i corridoi umanitari e accolti dalla comunità sanvitese.

Michela, a nome di quest’ultima, ha raccontato come l’accoglienza di queste persone abbia rafforzato i legami tra i parrocchiani sanvitesi e santarcangiolesi, e di quanto sia stato grande l’aiuto ricevuto anche da chi non frequenta la parrocchia: “ Ci hanno davvero dato una mano in tanti, abbiamo scoperto una solidarietà grande, da parte di cattolici ma anche di chi cattolico non è. Tra noi e i nuovi arrivati si è instaurato un bel rapporto, e poi c’è uno scambio interculturale che arricchisce. Io, ad esempio, colgo l’occasione per imparare l’arabo mentre insegno l’italiano ai ragazzi”. Il coinvolgimento di chi è intervenuto è cresciuto mano a mano che si sono susseguite le testimonianze.

L’attenzione era al massimo quando Adbo Hysan, con l’aiuto di una interprete di Operazione Colomba, ha ringraziato tutti per l’ospitalità e per averlo fatto sentire come a casa. Ha detto di essere contento, anche se in poche ore, nell’autunno scorso, ha dovuto decidere di lasciare la sua casa, i suoi affetti e il suo lavoro e partire, con poche cose, per l’Italia.

Se non fossi arrivato qui, sarei certamente morto ora, oppure in carcere. – ha raccontato – Sono contento di aver trovato una comunità come la vostra, che ha ospitato me e i miei cari come mai avrei pensato. In Siria ero preside di una scuola, che ora sarebbe chiusa se non fossi qui tra voi. Invece, so che funziona ancora e che i bambini la frequentano regolarmente. Stamattina ho ricevuto finalmente il permesso di soggiorno e questo mi dà molta fiducia nel futuro”.

Alla fine è stata Francesca a intervenire e a lanciare un appello che, ci auguriamo, non cada nel vuoto: “Ringrazio Dio per la possibilità che ho avuto di poter dire un giorno alle mie figlie che non sono rimasta indifferente, che ho cercato di aiutare, come ho potuto, una famiglia che scappava da una maledetta guerra. E ringrazio tutti voi, che assieme a me avete reso possibile tutto questo. È giunto però adesso il momento di dare un seguito a tutto ciò. Abbiamo due questioni davvero impellenti: la prima, urgentissima, è la ricerca di una casa da affittare, in quanto l’attuale appartamento è stato venduto e prima dell’autunno dovrà essere liberato. L’altra faccenda aperta è la ricerca di un’occupazione per Abdo, perché possa permettersi di mantenere la sua famiglia. Tutti dobbiamo sentirci coinvolti, tutti siamo chiamati a interessarci per l’una e per l’altra cosa”. La sfida è lanciata. Speriamo che ad accettarla siano in tanti.

RobertaTamburini

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