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La Vergine di Guadalupe

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La-Vergine-di-GuadalupeLa visita di papa Francesco in America Latina è cominciata con una tappa a Città del Messico, nel santuario che conserva l’immagine della Vergine di Guadalupe, la Madonna più famosa dell’America. Durante la liturgia, prima di uscire dal santuario per proseguire il suo viaggio fra la gente, il papa ha voluto sostare un po’ davanti a quell’immagine dolce e misteriosa, solo per guardarla e farsi guardare, in un colloquio silenzioso pieno di suggestione (e per noi di insegnamento).

La Vergine di Guadalupe – come è ben noto – è stata proclamata da Giovanni XXIII “Madre delle Americhe”; la sua immagine veneratissima è presente in tutte le case messicane, anche in quelle degli atei, che senza paura di contraddirsi le si dichiarano comunque devoti. Forse ormai tutti conoscono le vicende della sua apparizione miracolosa sul mantello di un indio cristiano nel 1531 (ad appena dieci anni dalla sanguinosa invasione dei “conquistadores” spagnoli guidati da Cortez), dato che in occasione dei viaggi papali la televisione ce ne ha più volte informato. Pochi sanno invece che una sua copia, bella e antica, è anche a Rimini, nella chiesa di Sant’Andrea dell’Ausa (o del Crocifisso). La sua vicenda era raccontata da una scritta ottocentesca che un tempo si leggeva sul retro della tela in questione, e la si può brevemente riassumere così.

Nel giugno del 1874 il padre francescano Serafino Paganini, riminese, di ritorno al suo convento delle Grazie dopo più di sei anni di missione in Terra Santa e in Egitto, affidò al parroco del Crocifisso un rotolo che custodiva con cura nella sua bisaccia: era una tela con l’immagine della Vergine di Guadalupe. Padre Serafino se l’era fatta donare dal sagrestano del Santo Sepolcro con l’espressa intenzione di portarla a Rimini per esporla alla pubblica venerazione, e per aumentarne il “valore” devozionale l’aveva benedetta nei luoghi santi, e inoltre le aveva fatto toccare il Calvario e la colonna della Flagellazione. Secondo lui, o meglio secondo il sagrestano che glie l’aveva donata, si trattava di una immagine molto antica: «Questa Santa Immagine è venuta delle Spagne per il Santissimo Sepolcro, ordinata da Filippo III re di Spagna nel 1500», dichiarava. Filippo III, come è noto, fu re di Spagna dal 1598 al 1621. In questi anni, dunque, dovrebbe porsi la datazione del dipinto riminese, che è una copia molto fine e molto fedele della Madonna di Guadalupe. Se l’informazione rispondesse al vero quella di Rimini sarebbe anzi una delle copie più antiche della miracolosa immagine, ma è lecito dubitarne.

Di copie della Madonna di Guadalupe si comincia ad avere notizie assai presto, già quarant’anni dopo l’apparizione della Vergine; infatti sembra che già l’ammiraglio genovese Andrea Doria ne tenesse una nella sua cabina durante la vittoriosa battaglia di Lepanto contro i Turchi (7 ottobre 1571). Una delle copie più antiche ora conosciute è datata 1669, e si trova a Roma nella chiesa di Sant’Idelfonso: ma, come per altre immagini antiche, si tratta di una interpretazione più che di una copia. Di vere copie si può parlare solo dal 1666, quando l’immagine originale venne ispezionata da pittori e scienziati; infatti in quell’occasione poté essere fatto un calco accurato del disegno che servì per secoli a riprodurre l’originale.

Nel Settecento nel riprodurla si cercò una fedeltà estrema, soprattutto da parte del pittore messicano Miguel de Chiabrera: e proprio a lui molto probabilmente si deve l’esemplare riminese, che sembra risalire alla prima metà del Settecento; infatti come si è detto è fedelissimo; però rispetto all’originale ha fregi floreali ai margini e quattro cartigli agli angoli (in cui viene raccontata con figure la storia delle apparizioni della Madonna) di  fattura settecentesca.

Le vicende di questa nostra immagine della Madonna messicana, arrivata a Rimini da Città del Messico passando dal Santo Sepolcro di Gerusalemme, presentano più di un motivo di interesse, e un qualche mistero: per esempio come mai il frate non l’ha portata nella chiesa del suo convento, alle Grazie? Non lo sappiamo, e possiamo solo ipotizzare che non volesse creare conflitti o confusione fra Madonne, cioè fra l’antica “Madonna delle Grazie” e la nuova “Madonna di Guadalupe”. Comunque nella vecchia chiesa riminese del Crocifisso – che nella seconda metà dell’Ottocento era davvero una povera parrocchiale di periferia – l’immagine è stata accolta con gioia e subito messa in venerazione. Scampata alla guerra, è stata restaurata ed ora è collocata nella nuova chiesa vicino al tabernacolo, che è proprio il posto “giusto” per la Madonna. Viene comunemente considerata una “Immacolata”, e non si fa molta attenzione ai suoi simboli esotici, a noi praticamente incomprensibili.

A questo punto il nostro racconto sarebbe concluso; ma forse è il caso di evidenziare una coincidenza interessante: appena vent’anni prima dell’arrivo a Rimini della Madonna di Guadalupe, cioè nel 1851, una copia della «Madonna di Rimini» (così era ed è chiamata la Madonna di Santa Chiara dopo essere divenuta famosa in tutto il mondo per aver mosso gli occhi) era stata inviata in dono alla chiesa parrocchiale di West Hoboken, un sobborgo di New York, dal canonico riminese Zeffirino Gambetti. Sembra quasi trattarsi di un inconsapevole scambio di doni e di grazia fra la nostra vecchia città e il nuovo mondo, con una eccezionale protagonista, la Madonna, che è sempre una garanzia di unione e di pace.

Pier Giorgio Pasini

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