RIMINI: Domenica 22 gennaio mons. Mariano De Nicolò festeggia 80 anni. Siamo andati a intervistarlo e ci ha raccontato tanti momenti: i primi anni di sacerdozio, il servizio ai Papi, l’episcopato a Rimini
Ottant’anni e non sentirli. È certamente questa l’impressione che il vescovo Mariano mi offre accogliendomi sorridente nella sua piccola casa, accanto a Santa Croce a Rimini. Conosco la sua ritrosia a farsi intervistare, e per questo mi ancor più stupito quando ha risposto prontamente sì alla mia richiesta.
Eccellenza, come sta fisicamente?
“Direi decisamente bene. Ho qualche problema alle ginocchia, ma, insomma, per l’età che ho me la cavo più che bene”.
Com’è la vita di un vescovo in pensione?
“È la vita di un eremita, senza obbligo di clausura. Spesso sono solo, ma questo non mi pesa, dopo una vita vissuta così intensamente in mezzo a tanta gente. Come passo il tempo? Certo dormo un po’ di più, dormire rigenera le forze. Poi leggo, studio, prego… Insomma tengo la mente sveglia e mi informo su ciò che accade”.
80 anni. Un primo bilancio.
“Ringrazio il Signore di esservi arrivato nel pieno delle mie facoltà mentali e per tutto ciò che, nella mia vita, sono riuscito a fare”.
Ripercorriamone i momenti principali.
“Appena laureato, tre anni dopo l’ordinazione sacerdotale, sono stato chiamato da mons. Biancheri:
La mando a fare il cappellano a San Martino di Riccione, dove non si sentirà disoccupato”.
Laurea in…. ?
“Teologia morale con una tesi che aveva questo titolo “Il pagamento dei debiti dopo la svalutazione monetaria”. Il voto? Sei impertinente… comunque fu un bel 110 e lode. Relatore della mia tesi era mons. Palazzini, che poi sarebbe diventato cardinale”.
Torniamo a San Martino…
“Con don Montebelli ci fu un bel rapporto. Furono tre anni splendidi, dove creai con i ragazzi rapporti di amicizia e confidenza che non si sono più interrotti e continuano ancora oggi. Poi un sabato, stavo confessando i bambini, venne mons. Biancheri e mi fece chiamare”.
Si chiese per caso se ne aveva combinata qualcuna?
“In realtà iniziò con una battuta un po’ preoccupante:
un vescovo può menare un prete? Mi disse. Poi sorrise e mi comunicò che il cardinal Amleto Cicognani, Segretario della Congregazione per le Chiese orientali mi aveva richiesto per la Commissione preparatoria del Concilio della sua Congregazione. E concluse: “
Io ho già risposto di sì”.
Inizia dunque nel 1961 l’esperienza di servizio in Vaticano.
“A Roma a preparare il Concilio! Un’esperienza unica. All’Orientale ho imparato tante cose. Sono poi passato alla Segreteria generale del Concilio. Dipendevo da mons. Felici (solo più tardi cardinale), che era segretario generale del Concilio Vaticano II. Di lui sono stato segretario personale fino alla morte”.
Come nacque questo rapporto privilegiato con il cardinal Felici, che fu colui che fece l’annuncio dell’Habemus Papam con Albino Luciani e, pochi mesi dopo quello storico dell’elezione a papa di Karol Wojtyla?
“Felici era stato mio Padre spirituale al Seminario romano, dove fra l’altro ebbi come compagno di corso don Francesco Ricci”.
Ricordo molte foto in cui lei appare accanto al Papa.
“All’inizio del Concilio fui nominato Cerimoniere pontificio. Con questo ruolo ho collaborato con mons. Dante, mons. Noè, mons. Magee, che furono successivamente Prefetti (dal 1970 Maestri) delle Cerimonie Pontificie. A questo titolo partecipai a tre Conclavi… da dentro e a numerosi viaggi all’estero dei papi. Ricordo con piacere che quando Giovanni Paolo II, appena eletto, venne a visitare i Dicasteri, eravamo ognuno davanti alla propria porta. Arrivato da me dice:
Ah! lei è qui? Mi ricordo di lei. Dal Concistoro? Dico timidamente.
No, no… dal Concilio, ribadisce lui. Mi fa piacere ricordare che mi chiamava sempre “
don Mariano”.
Un compito molto importante che le fu affidato è quello di Segretario generale del Comitato Centrale dell’Anno Mariano nel 1987.
“Con questo ruolo ho potuto più volte avvicinare il Papa, sia a pranzo che in conversazioni e riunioni private. Ci fu da lavorare molto, ma tante furono le soddisfazioni. Fui anche nominato sottosegretario della Pontificia commissione per l’interpretazione autentica del codice di diritto canonico”.
Cosa ricorda, a flash, di ogni Papa che ha servito e conosciuto personalmente?
“Di papa Giovanni fui cerimoniere; di Paolo VI una battuta: “
Lei è di Rimini? Ah Righetti, che persona!”; Giovanni Paolo I: un lampo, ma sarebbero cambiate tante cose; Giovanni Paolo II: mille ricordi; papa Ratzinger: molti contatti; per esempio nell’Anno Mariano faceva parte del Consiglio. Appena Papa in un’udienza mi dice “
Certo che mi ricordo di lei, io ho lavorato con lei”. Devo essere diventato rosso”.
Nel 1989 la nomina a Vescovo di Rimini e San Marino-Montefeltro.
“Quella arrivò davvero inaspettata. Mi chiamò il cardinal Castillo Lara, con cui collaboravo e mi disse:
Il papa la vuole nominare Vescovo di Rimini. Quanto tempo ho per rispondere?
Domattina, rispose secco il cardinale. Mi presentai e dissi: nemo propheta in patria, ma se devo fare un servizio alla Chiesa sono pronto… In realtà qualche giorno prima avevo partecipato ad una Messa a Coriano per la Beatificazione di madre Elisabetta Renzi ed avevo notato sia da parte di mons. Faggiolo, anch’egli presente e di altri dei sorrisini, riferimenti che non capivo. Loro lo sapevano ed io no. Nominato, mi recai da mons. Re, allora segretario della Congregazione dei Vescovi. Prese un faldone su Rimini e mi fece un elenco di problematiche tali da far raffreddare ogni entusiasmo”.
Come ricorda gli anni dell’episcopato riminese?
“Con gratitudine. Sono stati ricchi di situazioni e stimoli. Ho cercato di vivere al meglio il mio servizio episcopale. Ma un vescovo non è mai solo. Nell’udienza privata alla fine del mandato papa Benedetto era ricco di:
mi compiaccio e mi rallegro… Mi permisi di citare al Papa due persone che erano state miei stretti collaboratori per tutti gli anni e con cui intendevo condividere i complimenti alla Chiesa riminese: il vicario generale e l’economo. Naturalmente quando dissi che l’economo si chiamava don Baiocchi, anche al Papa non poteva che scappare la battuta:
un nome adatto al ruolo…”
Ci può dire qualche fatto del suo servizio che non è ancora noto?
“Un giorno venne Pippo Gemmani a chiedermi un intervento presso Andreotti per tre problemi: la Provincia, il rischio del Casinò, il sovrappasso della Marecchiese. Accettai, anche perché i genitori di Andreotti erano di Segni come il cardinal Felici. Esisteva dunque già un rapporto. Telefonai e il giorno dopo ero già da Andreotti, che mi diede assicurazioni su tutte tre le problematiche. Così avvenne. Del resto erano logiche ed urgenti e riguardavano la vita e il bene del territorio. Di cose ne ho fatte, ma senza strombazzarle, con discrezione, com’è naturale che accada”.
Di questo stile le ha dato testimonianza anche Giuseppe Chicchi. Nel suo libro “La formazione”, edito da Capitani, l’ex sindaco di Rimini la ricorda così: "Un uomo con forte senso dello Stato, una interessante e molto concreta visione del rapporto fra valori morali e azione politica. Negli anni dei miei due mandati da sindaco lo sentii sempre come osservatore attento, talvolta anche duramente critico, delle cose che facevamo. Mai però riuscii a percepirlo come ostile”.
“Sono belle parole. È vero, questo è sia stato il mio stile, almeno ho cercato di viverlo così”.
Un saluto ai sacerdoti e fedeli riminesi.
“Ai sacerdoti dico di vivere in pienezza il carisma ricevuto con l’ordinazione nel servizio autentico e totale alla vita della Diocesi.
Ai laici di vivere una vita ricca di amore a Cristo, specialmente per quel che riguarda la coppia e la famiglia”.
Auguri, don Mariano.
Giovanni Tonelli