RIMINI: Gregorio Buda, morto nel 1942 in piena Seconda Guerra Mondiale. La sua è la storia di un ragazzo normale con la passione per il volo. Nipote di Decio Raggi, ha volato sul mitico S.79
"
Cominciò con la luna sul posto e finì con un fiume d’inchiostro” cantava De Andrè nella sua
Una storia sbagliata fatta di uomini normali che si sono trovati per un caso, oppure no, a lasciare la normalità perché protagonisti di una storia sbagliata, appunto. In un fiume d’inchiostro ci è finita anche la vicenda di Gregorio Buda - aviere morto durante la Seconda guerra mondiale, nel corso di una missione nei cieli di Pantelleria - raccontata nel libro di Decio Testi
Gregorio Buda, i suoi sogni, i venti di guerra, il suo eroismo edito da Walberti, Ravenna.
Nato a Sarsina, nipote dell’eroe Decio Raggi, ma vissuto a lungo a Savignano di Rigo e Perticara, la sua storia è venuta alla luce un po’ per caso. A Raccontarlo è lo stesso Testi.
“Agosto 2008: in via Oriani a Perticara, dove ha sede la Pro Loco, appoggiato su un basso armadietto metallico, fa bella mostra di sé un dossier di fogli, tenuto insieme da un fermaglio. Sulla prima facciata è fotocopiato un ricordino a lutto. Poi, subito sotto, poche righe scritte a mano con la firma di certo Pierino Buda, residente a Ravenna, con relativo numero di telefono. Ciò che colpisce la mia curiosità, tuttavia, è la scritta: «tumulato nel cimitero di Savignano di Rigo perché nipote diretto di Decio Raggi. La mamma, Ernesta, infatti, è sorella maggiore dell’Eroe».
Chiedo come mai il plico sia finito lì e in risposta viene affermato che qualche giorno prima, Pierino Buda, si era presentato in sede, chiedendo alla benemerita Associazione di farsi promotrice nei confronti del comune di Novafeltria, affinché Gregorio Buda, suo padre, medaglia d’argento sul campo nel 1942, trovasse giusto e meritato spazio nell’elenco scolpito sul marmo del Monumento ai Caduti di Perticara in quanto, nel periodo antecedente la sua morte, sia lui che la famiglia erano residenti a Miniera di Perticara”.
Pietro Buda non solo otterrà il riconoscimento da Novafeltria, ma Testi si affezionerà così tanto alla vicenda del padre che ne nasce il libro.
Un lavoro partito per caso ma pieno di suggestioni. Scrive Testi:
“L’attenta lettura dell’epistolario fra Gregorio Buda e sua moglie, Ottavia Docci, rappresentano un ottimo viatico per la stesura del volume.
Chiudo gli occhi e d’incanto torno a ritroso nel tempo, poi, immedesimandomi, cerco di penetrare nell’animo di una persona, poco più di un ragazzo che, un giorno si e uno no, per iscritto, mette a nudo i suoi sentimenti, le sue paure, le sue gioie, le sue attese, l’attaccamento morboso alla famiglia ed il profondo amore per i figli. Lontano, fra tuoni di guerra, il suo pensiero è costantemente indirizzato al suo nido, cercando, ad ogni piè sospinto, di tranquillizzare la moglie che, possessiva all’inverosimile, lo assilla fino a togliergli il respiro.
E dell’epistolario, e di altre cose ancora, Ottavia Docci è stata, fino alla sua morte, custode intransigente: Gregorio era suo e solo suo e, nel suo lucido delirio, nel santuario che si era costruita, nella sua piccola torre d’avorio, nessuno aveva diritto di accesso, neppure i figli”.
Queste righe valgono tutto. Non perché la vicenda di Gregorio sia meno importante ma perché ci si rende conto che questa è una storia come tante. Una di quelle storie che da “sbagliate” sono diventate normali. Una storia di ordinaria… guerra. Un’altra vista spezzata dall’assurdità del conflitto a prescindere dalla parte della barricata dalla quale si combatte.
Il libro è molto interessante, alle lettere tra Gregorio e la moglie si aggiungono delle bellissime fotografie e degli inserti narrativi che hanno l’obiettivo di contestualizzare le vicende in modo da orientare il lettore, dandogli altri riferimenti di più ampio respiro: storia, cultura, etc. La vita di Buda è quella di un giovane appassionato di aerei che tra mille peripezie, mille tentativi riesce a imparare a volare. Poi si sposa e la voglia di cielo si divide con la necessità di mantenere la famiglia, la moglie e i figli. Finisce così a Miniera di Perticara, dove condurrà una onesta vita da lavoratore, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, quando inforcati gli occhiali si mette alla guida del suo aereo.
“È il 7 maggio 1941 quando Gregorio Buda si lascia alle spalle il suo primo spaccato militare per entrare a far parte della 278a Squadriglia aerosiluranti. (…)
La prima lettera di Gregorio, che Ottavia stringe amorevolmente fra le mani porta la data 3 giugno 1940 ed arriva da Brindisi. Recita così «Ottavia carissima, miei cari piccini, ieri a quest’ora me ne stavo con te e coi miei cari piccini, oggi, dopo aver viaggiato tutta la notte, mi trovo a oltre 700 chilometri. Molto è lo spazio che ci separa, ma noi, col nostro cuore, col nostro amore, dobbiamo saper riaccorciare questa grande massa di aria che ci tiene lontani l’uno dall’altro e viverci vicini. Io t’amo»”.
L’ultima operazione, quella fatale, si svolge nel Mediterraneo. Malta è in forte difficoltà, ma c’è l’Inghilterra che con dei convogli vuole rifornirla di viveri e materiali da guerra:
“a noi interessa il convoglio che è entrato in Mediterraneo da Gibilterra nella notte del 12. Questo convoglio arriverà in zona d’attacco per i nostri velivoli nella mattinata o nel pomeriggio del 14; pertanto domani mattina noi partiremo per Castelvetrano e da lì attenderemo gli ordini per l’operazione”, gli spiega il suo comandante.
Buda torna da quella spedizione con una dolorosa ferita al bassoventre. Morirà il 18 giugno del 1942, 4 giorni dopo esser stato ferito.
A casa lo aspettano la moglie, i figli, tanti amici, il sogno di volare sull’ S.79 - che tutti chiamano il “gobbo maledetto” (così definito dai nemici che l’incrociarono e per via della sua forma aggobbita) - si infrange nell’aria e si scrive così un’altra pagina di “storia sbagliata”.
Angela De Rubeis